L’ATTIVITA’ ISTRUTTORIA DEL FISCO

Al verificarsi del presupposto che la legge attribuisce agli eventi umani a contenuto economico, nasce l’obbligazione tributaria, che ha la medesima natura dell’obbligazione civilistica, ma con sostanziali differenze.

In ambito civilistico, si tratta di un rapporto giuridico in base al quale un soggetto creditore vanta un credito nei confronti del debitore ed ha diritto di esercitarlo, quando non è eseguito.

Il creditore in questi casi ha il potere di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere l’esecuzione coattiva.

Per l’obbligazione tributaria invece, il creditore pubblico ha il potere di farsi giustizia autonomamente e non ha necessità d’intervento dell’autorità giudiziaria, poiché gli atti della PA hanno la presunzione di legittimità e sono direttamente esecutivi.

La differenza fondamentale tra le obbligazioni private e pubbliche, è la cosiddetta asimmetria informativa, cioè l’assenza nell’obbligazione pubblicistica, della conoscenza reciproca dei fatti tra soggetto attivo e passivo, fatto esistente invece per l’obbligazione privatistica, dove i soggetti possono liberamente valutare le condizioni e sottoscriverla.

Tutto ciò non sussiste in materia tributaria, dove invece le parti del rapporto conoscono soltanto ciò che gli è comunicato dall’altro soggetto, con l’autodichiarazione e autoliquidazione.

Per rimediare a questa posizione di debolezza dell’ente impositore, la legge attribuisce ulteriori obblighi in capo al debitore e poteri autoritativi in capo al creditore pubblico.

Proprio in forza di quest’asimmetria informativa, l’ente impositore può quindi verificare i documenti del debitore, attraverso una serie di attività accertative molto pervasive, come la possibilità d’esercitare i poteri d’ispezione, accesso e verifica.

Con l’avvento della fiscalità di massa, il Dpr. 24 dicembre 1976, n.920, in materia d’imposte dirette, nell’impossibilità di sottoporre tutte le dichiarazioni a verifica, veniva introdotto un controllo automatizzato, con l’articolo 36-bis, Dpr. n.600/1973.

Questa prima fase di controllo, deve completarsi entro il termine di presentazione della dichiarazione fiscale dell’anno successivo.

Il controllo automatizzato, verifica:

  • gli errori materiali nella compilazione della dichiarazione,
  • l’esattezza numerica dei dati e dei calcoli effettuati,
  • il controllo sui versamenti, se effettuati nella tempistica prevista e corrispondenti all’imponibile dichiarato.

Analogo controllo generalizzato, mediante procedura automatizzata, viene effettuato anche ai fini dell’imposta IVA, ai sensi dell’articolo 54-bis, Dpr. n.633/1972 e viene denominato liquidazione informatizzata

Accertate le incongruenze, l’amministrazione è tenuta a comunicare, attraverso un avviso bonario, le inesattezze al contribuente, il quale è invitato a versare la maggiore somma così liquidata.

Se il contribuente, ritiene che quanto segnalato non corrisponde alla realtà, può dialogare con l’Amministrazione finanziaria rispetto all’inesattezza rilevata.

Si sottolinea che, questo tipo di controllo automatizzato non è finalizzato alla rettifica del reddito, ma limitato a confermare l’esattezza numerica dei dati dichiarati.

Segue poi una seconda fase istruttoria, disciplinata dall’articolo 36-ter, Dpr. n.600/1973, svolta dagli uffici dell’Agenzia delle Entrate, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione.

Il controllo in questo caso non è generalizzato, ma concentrato soltanto su alcune dichiarazioni individuate sulla base di criteri selettivi fissati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’attività in questione, oltre a verificare alcuni dati presenti in dichiarazione, estende la verifica alla documentazione a corredo, mirando a escludere le ritenute d’acconto o le detrazioni non spettanti o non documentate.

Quest’ulteriore controllo formale automatizzato, corregge inoltre gli errori materiali e di calcolo, contenuti nelle dichiarazioni dei sostituti d’imposta.

In maniera analoga al precedente controllo automatizzato, una volta accertate le inesattezze, l’Amministrazione finanziaria, comunica l’esito del controllo formale con un avviso bonario, per consentire al contribuente la presentazione di ulteriore documentazione o di elementi non considerati o erroneamente valutati. 

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Ambito d’intervento RESIDENZE FITTIZIE ESTERE

L’ambito in questione, è riconducibile a quelle violazioni fiscali, commesse da soggetti, che per evadere/eludere le imposte, dichiarano in maniera fittizia di avere una residenza fiscale ubicata in particolare in un Paese a fiscalità privilegiata.

I soggetti che per un periodo superiore a 12 mesi, risiedono fuori dal territorio nazionale, per effetto della Legge 27 ottobre 1988, n. 470, devono essere iscritti nello speciale registro A.I.R.E. (Anagrafe Italiana dei Residenti all’Estero), gestito dalle anagrafi comunali.

Si tratta ormai di una vasta platea di contribuenti, si contano circa 5 milioni di connazionali che hanno deciso di vivere all’estero.

Non hanno l’obbligo di iscrizione nel registro AIRE:

  • chi si trova in un paese estero per un periodo di tempo inferiore all’anno;
  • lavoratori stagionali;
  • dipendenti di ruolo dello Stato in servizio all’estero;
  • militari italiani in servizio presso le strutture NATO dislocate all’estero.

Tra questi connazionali ve ne sono alcuni che si recano all’estero per lavoro, per motivi di studio o per godersi la pensione, ma sono purtroppo molti che dichiarano di risiedere all’estero per sfuggire alla tassazione.

Infatti questi connazionali iscritti all’AIRE, pur possedendo ancora la cittadinanza italiana, non devono versare le imposte dirette in Italia, a meno che producano nel nostro Paese una qualche forma di reddito.

La rilevanza di quanto predetto è riportata all’articolo 3, comma 1, Dpr. n. 917/1986 (T.U.I.R.).

Trovarsi nella condizione di essere residenti fiscalmente in Italia, impone l’assoggettamento al sistema fiscale che prevede l’imposizione fiscale sui redditi ovunque prodotti (WorldWide Income Taxation), mentre l’iscritto AIRE è tassato in Italia soltanto per i redditi prodotti sul territorio nazionale.

I Comuni, ai fini del contrasto del fenomeno delle residenze estere fittizie, per effetto dell’articolo 83, comma 16, D.L. n.112/2008, sono stati investiti dell’attività di vigilanza in questo senso.

Relativamente a quest’ambito, le possibili fattispecie di segnalazione qualificata, all’Agenzia delle Entrate, possono riguardare:

A) soggetti con procedimento di conferma di espatrio;

B) soggetti domiciliati ex art. 43, commi 1 e 2, codice civile a seguito di vigilanza del comune, nel triennio.

Sono invece di competenza della Guardia di Finanza:

C) soggetti domiciliati, ex art. 43, commi 1 e 2, codice civile, a seguito di vigilanza del comune, oltre il triennio.

In Italia, la determinazione dell’imposizione fiscale è quindi strettamente connessa alla residenza fiscale del contribuente nel territorio dello Stato, che è individuata con i criteri indicati all’articolo 2, comma 2, Dpr n. 917/1986 (TUIR), che indica chi sono i soggetti passivi dell’imposizione tributaria: “Soggetti passivi dell’imposta sono le persone fisiche, residenti e non residenti nel territorio dello Stato. Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.

Costituiscono quindi elemento rilevante tre fattori:

  1. iscrizione nell’anagrafe di stato civile;
  2. domicilio e residenza, ai sensi dell’articolo 43 del codice civile: “Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. La locuzione presente all’articolo 43 “affari ed interessi” un tempo limitata al settore economico e patrimoniale del soggetto, deve intendersi, per unanime interpretazione giurisprudenziale, comprensiva dei rapporti di natura patrimoniale/economica ma anche morali, sociali e familiari.

La residenza è invece individuata, nel luogo in cui la persona stabilisce la sua dimora abituale e stabile, espressione della volontà soggettiva di stabilirsi in quel determinato luogo. L’abitualità della dimora permane anche qualora il soggetto lavori o svolga altre attività al di fuori del territorio dello Stato, purché conservi in esso l’abitazione, vi ritorni quando possibile e mostri l’intenzione di mantenervi il centro delle proprie relazioni familiari e sociali.

Sia l’iscrizione anagrafica, che il domicilio o la residenza ai sensi dell’articolo 2 TUIR, occorre che si verifichino “per la maggior parte del periodo d’imposta”, cioè per un tempo equivalente ad almeno 185 giorni l’anno. Gli elementi sono tra loro alternativi e quindi, il verificarsi di una soltanto delle condizioni sopra esposte, è sufficiente perché un soggetto sia considerato residente fiscalmente in Italia, così come confermato dalla Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n.351/E, del 7 agosto 2008.

Una particolare situazione fiscalmente rilevante riguarda i c.d. paradisi fiscali, Paesi che si distinguono in quattro categorie:

  • PURE TAX HAVEN, non impongono tasse e garantiscono il segreto bancario assoluto.
  • NO TAXATION OF FOREIGN INCOME, viene tassato soltanto il reddito prodotto internamente.
  • LOW TAXATION, si applica una bassa tassazione sui redditi interni ed esterni.
  • SPECIAL TAXATION, non c’è un regime fiscale tradizionale, ma è prevista la costituzione di società flessibili.

Rispetto a questi territori nel tempo sono state elaborate “Black list delle persone fisiche” a partire dall’allegato, D.M. del 4 maggio 1999, che riportava 59 Paesi, elenco poi rettificato nel tempo più volte eliminando i territori entrati a far parte della Comunità Europea o che nel tempo decidevano di sottoscrivere accordi relativi allo scambio di informazioni fiscali.

A partire dal 2014, l’OCSE ha promosso la firma del Common Reporting Standard, un accordo che elimina il segreto bancario e promuove lo scambio di informazioni finanziarie fra governi.

Si annoverano tra i paradisi fiscali anche paesi europei come il Lussemburgo, Cipro, Malta, Ungheria, Irlanda e Olanda, mentre fuori dall’Unione tra gli stati che attirano maggiori capitali ci sono la Svizzera, Caraibi, Hong Kong e Singapore.

Mentre generalmente ricade sull’Amministrazione Finanziaria, l’onere della prova di dimostrare che la residenza estera del contribuente sia fittizia, se il contribuente dichiara invece di emigrare verso i Paesi presenti nelle blacklist, sussiste il rovesciamento dell’onere della prova, deve quindi essere il contribuente che deve produrre idonea documentazione che attesti l’effettiva residenza, così come disposto dall’articolo 2, comma 2-bis, TUIR.

Gli elementi che costituiscono prova documentale, sono stati determinati dalla Circolare del Ministero delle Finanze n.140/E, del 24 giugno 1999 che ha indicato in particolare:

  • la dimora abituale;
  • lo svolgimento di un rapporto lavorativo a carattere continuativo, ovvero l’esercizio di una qualunque attività economica con carattere di stabilità;
  • l’iscrizione dei figli presso istituti scolastici locali;
  • la stipula di contratti di locazione o acquisto di immobili residenziali;
  • la movimentazione di denaro, titoli o presenza di attività finanziarie in loco;
  • la mancanza di significativi e duraturi rapporti di carattere economico, familiare, politico sociale, culturale e ricreativo in Italia.

Per dimostrare la commissione di illeciti fiscalmente rilevanti ed adottare le procedure di perdita dello status di residente all’estero, occorre fare riferimento alle condizioni indicate nella Risoluzione del Ministero delle Finanze, 14 ottobre 1988, n. 811329 e nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 304/E/1997.

Questi documenti stabiliscono che, indipendentemente dalla presenza fisica del soggetto e dal fatto che l’attività lavorativa venga svolta prevalentemente all’estero, sono indici significativi, ai fini della determinazione della residenza fiscale in Italia:

  • disponibilità di una abitazione permanente;
  • presenza del proprio nucleo familiare;
  • recapito della corrispondenza ad un indirizzo italiano
  • accreditamento di propri proventi in conti correnti presso banche italiane, con cospicue movimentazioni;
  • acquisto di numerosi immobili
  • titolarità di cariche sociali;
  • percepimento di dividendi da società italiane o compensi da consigliere d’amministrazione;
  • stipula di numerosi contratti di sponsorizzazione prevedendo come foro competente, in caso di controversie, quello italiano;
  • stipula di polizze assicurative;
  • partecipazione a riunioni d’affari;
  • sostenimento di spese alberghiere;
  • iscrizione a circoli o clubs;
  • organizzazione della propria attività e dei propri impegni anche internazionali, direttamente o attraverso soggetti operanti nel territorio italiano.

Se viene accertato che sono state rilasciate false dichiarazioni circa la residenza estera, occorre provvedere a:

  1. segnalare agli uffici comunali interessati, la decadenza di eventuali benefici acquisiti a seguito della dichiarazione presentata, ex articolo 75, Dpr. n. 445/2000;
  2. inviare telematicamente la segnalazione qualificata su SIATEL Puntofisco;
  3. indagare il soggetto, per la dichiarazione mendace, ai sensi dell’articolo 483 cp.

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FRONTE COMUNE

Lo racconto da tempo nelle mie attività formative, su questo blog, sui social, le istituzioni pubbliche sembrano non rendersi conto del pericolo che l’Italia sta correndo.

C’è un rischio sempre più concreto di consegnare l’economia del nostro Paese in mano alle organizzazioni criminali italiane e straniere.

La credibilità di un paese si misura dal grado di corruzione che lo attraversa, perché si tratta di un fenomeno illecito che porta gravi conseguenze soprattutto d’ordine economico, perché disincentiva gli investimenti frenando lo sviluppo economico.

L’Italia è purtroppo da sempre attraversata da questo fenomeno, a partire dalla caduta dell’Impero Romano d’occidente, provocato dalla corruzione in Senato fino alla vendita delle indulgenze di Papa Leone X nel 1500 per la ricostruzione della basilica di San Pietro a Roma o ancora, allo scandalo della Banca Romana per l’emissione abusiva di banconote che travolse il governo Giolitti nel 1892.

Analizzando periodi storici più vicini ai giorni nostri, ricordiamo negli anni ‘90 il periodo buio di Tangentopoli, i lavori del MOSE nella laguna veneta, il clamoroso scandalo romano di Mafia Capitale o ancora l’inchiesta sui lavori di Milano EXPO del 2015 e gli appalti CONSIP del 2019.

In estrema vicinanza con la corruzione c’è l’altro grave fenomeno dell’evasione fiscale che in Italia ormai supera i 90 miliardi annui d’imposte che sfuggono alla tassazione, con questi proventi illecitamente conseguiti spesso viene finanziata la corruzione dei funzionari pubblici per accaparrarsi appalti e commesse pubbliche.

Quindi a questi fenomeni s’intreccia il riciclaggio dei proventi illeciti, nel quale confluiscono non soltanto i proventi da evasione fiscale ma anche quelli provenienti dai traffici delle organizzazioni criminali.

Il riciclaggio è un fenomeno esploso negli ultimi anni in Italia, come prodotto della trasformazione della criminalità organizzata, che rispetto al passato, spara di meno, ed infiltra colletti bianchi compiacenti per fare affari soprattutto con la Pubblica Amministrazione.

Rappresenta un momento fondamentale dell’attività criminosa, costituendo la trasformazione di ingenti somme di denaro illecitamente conseguito, in risorse liberamente spendibili, reimmesse nel circuito economico, realizzando il fine di produrre ulteriori profitti lecitamente conseguiti.

Gli ultimi report dell’Organismo di Monitoraggio delle infiltrazioni criminali, della Polizia di Stato, testimoniano il forte rischio d’incremento dell’usura e del riciclaggio nell’economia piegata dalla pandemia.

Anche la Divisione Investigativa Antimafia nel recente report presentato in Parlamento ” Business pandemia” conferma gli allarmi di magistrati ed esperti circa i rischi durante la pandemia da Covid-19 dell’espandersi della criminalità organizzata nel nostro Paese: ” il lockdown ha rappresentato l’ennesima occasione per le consorterie criminali di sfruttare la situazione per espandersi nei circuiti dell’economia legale e negli apparati della pubblica amministrazione. Nei primi sei mesi del 2020, il numero di reati commessi con l’aggravante del metodo mafioso è il doppio rispetto all’anno precedente”,

Tra questi reati a crescere sono soprattutto il riciclaggio e la corruzione. come lo scambio elettorale politico mafioso, segni evidenti del livello d’infiltrazione della criminalità nel tessuto della Pubblica Amministrazione.

Il rischio concreto che si prospetta è che le attività imprenditoriali medio-piccole, sulle quali si regge la gran parte dell’economia nazionale, vengano fagocitate dalla criminalità, grazie all’immensa disponibilità di liquidità che i clan continuano ad offrire a privati e imprese in difficoltà per riciclare i propri proventi illeciti.

Tutti questi fenomeni inquinano l’attività delle imprese sane che operano sul territorio, ledendo il principio di competizione e depauperando il tessuto economico legale.

La convinzione comune è che l’attività di contrasto alla corruzione e riciclaggio, sia operata in maniera esclusiva dalle forze di Polizia e dalla Magistratura con gli strumenti tipici dell’azione penale, ma questi fenomeni, attraversano molte delle attività amministrative della Pubblica Amministrazione e si tratta di fasi, che sfuggono al controllo dell’Autorità Giudiziaria.

Il monitoraggio di queste fasi può invece essere effettuato soprattutto dal personale dei Comuni che, gestendo specifici procedimenti amministrativi sensibili, sono in grado di segnalare attività segnate dalla corruzione e dal riciclaggio ad ANAC, UIF e Magistratura.

La parola chiave è quindi fare FRONTE COMUNE, con magistratura e forze dell’ordine per massimizzare i risultati di contrasto alla corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale, che alterano l’economia e favoriscono i sistemi criminali.

Se la Pubblica Amministrazione non prenderà coscienza di ciò che sta avvenendo nel nostro Paese, diventerà in futuro sempre più difficile estirpare la criminalità perché sarà sempre più presente nelle istituzioni e nell’economia legale.  

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Ambito d’intervento – BENI INDICATIVI DI CAPACITÀ CONTRIBUTIVA

I Comuni, che intendono intraprendere l’attività di cooperazione fiscale incentivata con il Fisco, devono formalizzare l’adesione al Protocollo d’intesa nazionale del 30 gennaio 2018, attraverso delibera di Giunta.

In attuazione dell’articolo 1, comma 2, D.L. n.203/2005, sulla partecipazione dei Comuni all’accertamento fiscale, l’Agenzia delle Entrate con propri Provvedimenti, ha individuato quali sono gli ambiti d’intervento dei Comuni in materia fiscale.

In particolare osserviamo in questo contributo quello relativo all’individuazione di quei soggetti che godono di un tenore di vita non congruo con quello indicato in dichiarazione fiscale.

L’ambito prevede due categorie di illeciti fiscali.

SOGGETTI PER I QUALI DI FATTO E DI DIRITTO, SIANO RICONDUCIBILI BENI INDICATIVI DI CAPACITA’ CONTRIBUTIVA, le cui segnalazioni sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate e che concerne l’accertamento riferito a persone fisiche, che risultano avere la disponibilità, di beni c.d. indicativi di capacità contributiva, che qualificano un tenore di vita superiore a quello dichiarato. La capacità contributiva possiamo definirla come l’attitudine a poter contribuire alle spese pubbliche indivisibili, ed è possibile esprimerla attraverso indici economici:

Diretti – reddito da lavoro, da pensione o d’impresa o il patrimonio mobiliare ed immobiliare.

Indiretti – spese per acquisto di beni e servizi o gli incrementi patrimoniali.

L’Amministrazione finanziaria, può procedere alla determinazione del reddito presunto del contribuente, utilizzando diverse metodologie di accertamento.

In linea generale, è possibile dimostrare l’inesattezza del reddito dichiarato, facendo ricorso sia alle presunzioni semplici, sia a prove dirette acquisite in fase istruttoria, le tipologie d’accertamento del reddito delle persone fisiche si suddivide in:

  • accertamento analitico, ricostruisce l’imponibile fiscale, attraverso l’analisi delle scritture contabili.
  • accertamento sintetico, prescindendo dalle scritture contabili, determina il reddito presunto, misurando la capacità di spesa manifestata.

E’ possibile utilizzare l’accertamento sintetico soltanto quando lo scarto tra reddito dichiarato e presunto è pari o superiore al 20%.

La valutazione del reddito, avviene attraverso la valutazione della disponibilità di beni e servizi a capacità contributiva, sulla base di:

  • presunzioni semplici (art. 2729 cc), c.d. accertamento puro (articolo 38, comma 3 e 4, Dpr. n.600/1973);
  • elementi indicativi di capacità contributiva, individuati con DM Finanze, aggiornato con periodicità biennale, c.d. accertamento redditometrico(art. 38, comma 5, Dpr. n.600/1973).

La differenza sostanziale tra le due metodologie sta nel fatto che il redditometro utilizza tabelle di calcolo, approvate dal MEF, mentre l’accertamento sintetico puro, tende a ricostruisce in maniera induttiva, un maggiore reddito maggiore imponibile, prendendo in considerazione qualunque tipologia di manifestazione reddituale.

Tra i beni a capacità contributiva è possibile individuare immobili di pregio, ville, barche o alcune particolari categorie di veicoli, che sono anche soltanto nella disponibilità del soggetto accertato, cioè beni che vengono abitualmente utilizzati e di cui si è supportato l’acquisto e la relativa manutenzione.

Rispetto ai veicoli si segnalano:

  • autoveicoli con potenza superiore a 85 Kw o con cilindrata superiore a 2500 cc immatricolati da meno di 3 anni;
  • autoveicoli con potenza superiore a 110 Kw;
  • motoveicoli con potenza superiore a 15 Kw, immatricolati da meno di 3 anni.

In particolare per i veicoli occorre approfondire l’accertamento quando risultano intestati a società, ovvero in leasing oppure se riportano targhe straniere, in quanto ricorrente è l’utilizzo di veicoli in locazione straniera, stratagemma per eludere i controlli sintetici del fisco, attraverso la stipula di un fittizio leasing tedesco, rumeno o della Repubblica Ceca.

SOGGETTI INTERPONENTI, le cui segnalazioni sono di competenza della Guardia di Finanza.

La nozione di interposizione  ricomprende qualsiasi vicenda in cui la posizione giuridica di un soggetto viene privata, legalmente o sostanzialmente, per effetto di un intervento esterno, di uno dei suoi elementi costitutivi.

L’interposizione fittizia è uno stratagemma che viene adottato con molteplici scopi, in particolare per evitare che l’interponente venga assoggettato ad una serie di obbligazioni amministrative, civilistiche, pecuniarie o fiscali.

Rilevante la posizione di interposizione fittizia dei beni è anche quella fiscale, che viene utilizzata dai contribuenti che intendono nascondere al Fisco la propria capacità contributiva o sfuggire alla riscossione coattiva, eludendo il possesso di beni mobili e immobili.

Il fenomeno trova una sua specifica regolamentazione nell’articolo 37, comma 3, Dpr. n. 600/1973, che autorizza l’Amministrazione finanziaria, in sede di rettifica o d’accertamento d’ufficio, ad imputare al contribuente, redditi in proprio possesso di cui appaiono formalmente titolari altri soggetti (prestanome).

Si sottolinea che per entrambe le categorie d’accertamento i controlli vanno estesi alla c.d. famiglia fiscale definita dal MEF come: ” il nucleo familiare identificato attraverso i dati fiscali e, quindi, le dichiarazioni dei redditi presentate dai suoi componenti. A differenza della famiglia anagrafica, costituita dai soggetti conviventi nella stessa abitazione, la famiglia fiscale è costituita dal contribuente dichiarante, dall’eventuale coniuge, dichiarante o meno, e da tutti i familiari fiscalmente a carico, indipendentemente dalla effettiva convivenza nella medesima dimora“.

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SEGNALAZIONE D’ILLECITI NELLA PA

L’ultimo PNA 2019-2021, adottato da ANAC con delibera n. 1064 del 13 novembre 2019, individua per il trattamento e la prevenzione del rischio corruttivo, un approccio di tipo qualitativo e amplia il concetto di corruzione, comprendendo insieme ai reati di corruzione e all’intera gamma dei delitti contro la PA, anche le situazioni in cui, a prescindere dalla rilevanza penale, venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite (c.d. maladministration).

Il focus si concentra quindi, non soltanto sulla disciplina penalistica ma anche e soprattutto sui codici di comportamento dei dipendenti pubblici, che fissano i doveri di comportamento e che hanno rilevanza giuridica, prescindendo dalla personale adesione del funzionario pubblico (sprechi, nepotismo, demansionamenti, mancato rispetto dei tempi procedimentali, assunzioni non trasparenti, irregolarità contabili, false dichiarazioni, violazione delle norme ambientali e di sicurezza sul lavoro).

Come strumento di supporto all’attività di prevenzione di questi fenomeni, assume rilevanza la collaborazione attiva dei dipendenti pubblici che possono contribuire a segnalare fatti illeciti, attraverso lo strumento del whistleblowing.

Si tratta di una espressione anglosassone “soffiare il fischietto”, che indica l’azione del poliziotto che tenta di fermare un’azione illegale ed è un istituto che discende dalla disciplina europea, contenuta nella Direttiva n.2019/1937, che stabilisce le norme minime comuni, volte a garantire la protezione dei whistleblowers, negli ordinamenti dei Paesi membri.

Questo strumento è stato recepito nel nostro ordinamento, dalla Legge n.190/2012, garantendo una particolare tutela al dipendente pubblico che segnala illeciti, con l’articolo 54-bis, Dlgs. n.165/2001.

La normativa in ambito pubblico è poi successivamente stata potenziata dalla Lenne n.179/2017 che ha modificato l’articolo 54-bis, recependo osservazioni del 2013 OCSE e Commissione europea nel 2014.

La tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti, interessa in particolare:

  • il divieto di sanzionare, demansionare, licenziare, trasferire o sottoporre ad altra misura organizzativa con effetti  negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro;
  • la riservatezza dell’identita’ del segnalante che non puo’ essere rivelata, neppure nell’ambito del procedimento penale (articolo 329 cpp) ed è sottratta alla disciplina dell’accesso agli atti;
  • una serie di sanzioni pecuniarie a carico del responsabile anticorruzione, che vanno da 5.000 a 30.000  euro.

A carico del responsabile anticorruzione, sussistono poi ulteriori sanzioni pecuniarie erogate sempre da ANAC:

  • da 10.000 a 50.000 euro, qualora venga accertata l’assenza di procedure per l’inoltro e la gestione  delle segnalazioni ovvero l’adozione di procedure non conformi;
  • da 10.000 a 50.000 euro, qualora venga accertato il mancato svolgimento da parte del  responsabile di attivita’ di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute. 

L’ANAC, con delibera 1 luglio 2020, ha recentemente approvato il “Regolamento per la gestione delle segnalazioni e per l’esercizio del potere sanzionatorio in materia di tutela degli autori di segnalazioni di illeciti o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro di cui all’articolo 54-bis del decreto legislativo n. 165/2001.

Questo nuovo Regolamento, in vigore dal 3 settembre 2020, provvede a modificare la struttura precedente per consentire all’Autorità Nazionale Anticorruzione di esercitare il potere sanzionatorio in modo più efficiente e celere e per svolgere un ruolo attivo nell’opera di emersione di fatti illeciti commessi nelle amministrazioni pubbliche.

Sono previste quattro tipologie differenti di procedimento.

  1. di gestione delle segnalazioni di illeciti presentate ai sensi del comma 1 dell’art. 54-bis;
  2. sanzionatorio per l’accertamento dell’avvenuta adozione di misure ritorsive, avviato ai sensi del comma 6 primo periodo dell’art. 54-bis;
  3. sanzionatorio per l’accertamento dell’inerzia del Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza nello svolgimento di attività di verifica e analisi delle segnalazioni di illeciti di cui al comma 6 terzo periodo dell’art. 54-bis;
  4. sanzionatorio per l’accertamento dell’assenza di procedure per l’inoltro e la gestione delle segnalazioni, comma 6 secondo periodo dell’art. 54-bis.

In particolare, il Regolamento ANAC, amplia la definizione di misura ritorsiva all’articolo 1, lett. c) , definendola come “qualsiasi misura discriminatoria, atto, omissione, posto in essere nei confronti del whistleblower a causa della segnalazione e che rechi danno a quest’ultimo”.

Il secondo capo, che contiene il procedimento di gestione delle segnalazioni di illeciti o di irregolarità trasmesse ad ANAC ai sensi dell’art. 54-bis, comma 1, riporta tra le principali novità, l’introduzione di una analitica indicazione degli elementi essenziali della segnalazione d’illeciti.

Inoltre, nella disciplina del procedimento sanzionatorio avviato da ANAC, sulla base delle comunicazioni di misure ritorsive, è stata disciplinata la partecipazione del whistleblower  e snellita l’articolazione del procedimento stesso, con introduzione di un particolare procedimento sanzionatorio semplificato, ai sensi dell’articolo 54-bis, comma 6, secondo periodo.

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OBBLIGHI DI TRASPARENZA DELLA PA

Tra i capisaldi della prevenzione della corruzione nella Pubblica Amministrazione, assume particolare rilevanza il tema della trasparenza, disciplinato dal Dlgs. n.33/2013, decreto attuativo della legge anticorruzione (Legge n.190/2012).

Il testo, rubricato Testo unico in materia di trasparenza, è stato introdotto dal legislatore, ritenendolo uno strumento indispensabile per esercitare un controllo attivo dei cittadini sull’attività della Pubblica Amministrazione.

La trasparenza dell’attività amministrativa, costituisce livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti sociali e civili, indicati costituzionalmente all’articolo 117, secondo comma, lettera m).

Le tappe di quest’importante strumento partono dalla trasformazione dell’attività amministrativa, operata dal Testo unico sul procedimento amministrativo Legge n.241/1990.

Con questa riforma è stato consentito al cittadino l’accesso documentale e la partecipazione alla procedimentalizzazione degli atti, fino a quel momento contraddistinta dall’assoluta segretezza.

Ulteriori passo in avanti in questo senso è stato poi compiuto dal Dlgs. n.150/2009 ed infine dal Dlgs. n.33/2013, che all’articolo 1, indica il principio generale di trasparenza: “intesa come accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”.

La trasparenza ha un duplice contenuto:

  • attivo, quale diritto di chiunque di accedere ai dati, documenti e informazioni oggetto di pubblicazione obbligatoria sui siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni;
  • passivo, quale diritto di chiunque di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni.

Questa legge introduce nell’ordinamento nazionale due strumenti di trasparenza.

  1. Pubblicazione obbligatoria di documenti, informazioni e atti (articoli 8 e 9), la trasparenza dell’attività amministrativa è assicurata mediante la pubblicazione, nell’area Amministrazione Trasparente della home page dei siti web istituzionali delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, Dlgs. 165/2001, delle informazioni relative ai procedimenti amministrativi.

La pubblicazione deve avvenire secondo criteri di facile accessibilità, completezza e semplicità di consultazione, nel rispetto delle disposizioni in materia di segreto di Stato, di segreto d’ufficio e di protezione dei dati personali.

La pubblicazione deve avvenire per un periodo di cinque anni e comunque fino a che gli atti pubblicati producono i loro effetti, alla scadenza del termine: i documenti restano comunque disponibili in sezioni di archivio.

Gli obblighi di pubblicazione delle informazioni riguarda l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni (articoli 13 – 28), le prestazioni offerte e i servizi erogati (articoli 32 – 36) e le disposizioni che riguardano settori speciali (articoli 37 – 42).

Ogni amministrazione pubblica rende noto, sul proprio sito web istituzionale, almeno un indirizzo di posta elettronica certificata attraverso il quale è possibile trasmettere istanze ai sensi dell’articolo 38, Dpr. n. 445/2000, e ricevere informazioni circa i provvedimenti e i procedimenti amministrativi che lo riguardano.

La mancata o incompleta pubblicazione, delle informazioni costituisce violazione degli standard qualitativi ed economici ed è comunque sottoposta alla valutazione dirigenziale, rispetto al raggiungimento degli obiettivi, ai sensi dell’art. 21, Dlgs. n.165/2001 e successive modificazioni.

In particolare nell’ambito dei procedimenti relativi alla scelta del contraente, in materia di appalti pubblici per lavori, servizi e acquisti di beni e forniture, le stazioni appaltanti sono tenute a pubblicare nei propri siti web istituzionali, relativamente ad ogni aggiudicazione i dati del bando, l’importo e il soggetto che si aggiudica l’appalto.

Entro il 31 gennaio, le informazioni relative all’anno precedente, devono essere pubblicate in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto, che consenta l’analisi e la rielaborazione anche a fini statistici.

Le amministrazioni, sono tenute a trasmettere in formato digitale queste informazioni, all’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che le pubblica nel proprio sito web.

Entro il 30 aprile, l’Autorità per la vigilanza, trasmette alla Corte dei Conti, l’elenco delle amministrazioni che hanno omesso di trasmettere e pubblicare, in tutto o in parte, le informazioni di cui sopra

2, Accesso a dati e documenti da parte dei cittadini, per ampliare facoltà già disciplinata dal Testo unico sull’attività amministrativa (articolo 22, Legge n.241/1990), poiché in queste tipologie d’accesso non necessita alcuna motivazione. In particolare l’articolo 5, Dlgs. n.33/2013, prevede:

  • comma 1, accesso civico ordinario, quale possibilità d’accedere a dati, documenti e informazioni, la cui pubblicazione è obbligatoria nell’Area Amministrazione Trasparente;
  • comma 2, accesso civico generalizzato, c.d. FOIA (Freedom of Information Act), consente d’accedere a tutti i dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione obbligatoria.

L’articolo 5-bis, Dlgs. n.33/2013, indica quali sono le esclusioni e le limitazioni al diritto d’accesso:

  • comma 1, rispetto al pregiudizio concreto ad una serie d’interessi pubblici preminenti (sicurezza pubblica e ordine pubblico, sicurezza nazionale e difesa, relazioni internazionali, politica, stabilità finanziaria ed economica dello Stato, conduzione d’indagini sui reati e regolare svolgimento delle attività ispettive);
  • comma 2, rispetto al pregiudizio concreto ad una serie d’interessi privati (protezione dei dati personali, libertà e segretezza della corrispondenza, interessi economici e commerciali);
  • comma 3, rispetto ai casi di segreto di Stato o delle fattispecie previste dall’articolo 24 Legge n.241/1990.

L’adeguamento alla normativa sulla trasparenza e l’integrità, prevede la sua integrazione nel piano triennale della corruzione, che deve indicare le modalità d’attuazione degli obblighi e gli obiettivi collegati con il piano della performance.

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LE QUALIFICHE SOGGETTIVE NEI DELITTI CONTRO LA PA

In questa categoria di reati, indicata agli articoli 314 – 335-bis, al Capo I, Libro II, Titolo II del codice penale, esiste sempre un presupposto collegato alla presenza di un soggetto attivo rivestito di una determinata qualifica giuridica.

Individuare chi riveste queste qualifiche non è un dettaglio teorico ed astratto, ma terribilmente pratico, in quanto ciò comporta il corretto inquadramento dell’eventuale fattispecie penale.

A titolo d’esempio, un impiegato di banca, potrebbe rispondere di peculato o appropriazione indebita, a seconda della funzione svolta e della destinazione del denaro di cui si appropria.

Si tratta di un gruppo di reati, detti propri, in quanto possono essere commessi non da chiunque, ma esclusivamente dai soggetti che rivestono le qualifiche riconosciute dalla legge.

In particolare i soggetti attivi si suddividono in:

PUBBLICI UFFICIALI – l’originaria formulazione richiamata dall’articolo 207, comma 1, del Codice Zanardelli (1889) e dal Codice Rocco (1930), tendeva ad associare la qualifica, al rapporto d’impiego pubblico, sposando la c.d. teoria soggettiva. Con la Legge n.142/1990, iniziò la progressiva privatizzazione della Pubblica Amministrazione, nella quale confluirono enti pubblici economici e società partecipate.

Pertanto, il passaggio d’interi settori dell’economia ai privati, pose l’incognita di stabilire se gli operatori, rientrassero in questa figura giuridica pur mancando il formale rapporto di dipendenza con la Pubblica Amministrazione.

La teoria soggettiva quindi entrò in crisi facendo spazio a livello giurisprudenziale alla contrapposta teoria oggettiva, cioè ad una valutazione, legata all’esercizio di una pubblica funzione, senza soffermarsi sul rapporto d’impiego nell’ente pubblico. L’oggettività della funzione confluì poi nell’attuale formulazione dell’articolo 357 codice penale che recita: “Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi”.

Pertanto ai sensi del comma 1, sono pubblici ufficiali, coloro che esercitano una:

  • funzione legislativa: parlamentari o consiglieri regionali, eccezionalmente i membri del Governo, i consiglieri regionali, e quelli delle province autonome di Trento e Bolzano e gli esercenti potestà legislativa in ambito europeo;
  • funzione giudiziaria: magistrati, polizia giudiziaria, cancellieri, periti e testimoni;
  • funzione amministrativa: soggetti che realizzano concretamente i fini dello Stato, in senso generale. 

Mentre ai sensi del comma 2, sono pubblici ufficiali coloro che esercitano un’attività:

  • disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, cioè quando l’aspetto sanzionatorio è previsto d’ufficio.
  • caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi, cioè quando è destinata a influire sulla sfera giuridica dei destinatari, mediante la costituzione, modificazione o estinzione, di situazioni giuridiche.

La categoria dei Pubblici Ufficiali è stata poi ampliata dall’entrata in vigore dell’articolo 3, Legge n.300/2000, che ratificava gli accordi internazionali in materia di corruzione dei P.U. stranieri nelle operazioni economiche internazionali, introducendo l’articolo 322-bis codice penale.

L’articolo in questione estende le responsabilità penali dei pubblici ufficiali, anche ai membri della Comunità e del Parlamento Europeo, della Corte di Giustizia e Corte dei Conti europea ed ai funzionari e agenti che operano in tali strutture.

INCARICATI DI PUBBLICO SERVIZIO – questa categoria soggettiva è individuata dall’articolo 358 codice penale e raccoglie la parte residuale di tutti quei soggetti che non rientrano nella nozione di pubblica funzione amministrativa, menzionata al secondo comma dell’articolo 357 cp e recita: “Agli effetti della legge penale, sono incaricati di pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio.

Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale”.

Il pubblico servizio si identifica poiché assoggettato alla medesima disciplina della funzione pubblica, ma difetta dei poteri tipici che la connotano (deliberativi, autoritativi e certificativi), senza però che possa qualificarsi come mera attività materiale.

ESERCENTI SERVIZIO DI PUBBLICA NECESSITA’- quest’ultima categoria giuridica è qualificata dall’articolo 359 codice penale: “Agli effetti della legge penale, sono persone che esercitano un servizio di pubblica necessità:

1) i privati che esercitano professioni forensi o sanitarie, o altre professioni il cui esercizio sia per legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato, quando dell’opera di essi il pubblico sia per legge obbligato a valersi;

2) i privati che, non esercitando una pubblica funzione, né prestando un pubblico servizio, adempiono un servizio dichiarato di pubblica necessità mediante un atto della pubblica amministrazione”.

A titolo d’esempio, le professioni richiamate al punto 1, possono essere l’avvocato, i procuratore legale, il personale sanitario che opera fuori da qualsiasi rapporto con le strutture pubbliche, l’architetto, l’ingegnere, il geometra o il farmacista, mentre rispetto al punto 2 dell’articolo 359 cp, possiamo richiamare le agenzie di pratiche automobilistiche o di assicurazione contro i rischi connessi alla circolazione stradale.

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CONTRASTO AL FINANZIAMENTO DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE

Parallelamente all’attività antiriciclaggio che le pubbliche amministrazioni sono tenute a strutturare nell’organizzazione, c’è quella relativa al monitoraggio del trasferimento di capitali, legato al fenomeno del finanziamento del terrorismo.

Il controllo internazionale e l’attività di contrasto alle attività terroristiche, ha ricevuto un forte impulso dopo i tragici eventi di New York dell’ 11 settembre 2001, quando ci si rese conto, che gli strumenti di contrasto al riciclaggio, potevano essere utilizzati anche nei riguardi del contrasto finanziamento del terrorismo.

Da quel momento, il sistema di controllo sui trasferimenti di capitali è stato molto rafforzato in questo senso, anche se occorre precisare che, ad esclusione del trasferimento di capitali, i fenomeni del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, hanno pochi tratti comuni.

Infatti si tratta di processi diametralmente opposti:

  • RICICLAGGIO: si tratta di operazioni finalizzate ad immettere nei flussi economici legali, somme di provenienza illecita, in modo tale da ottenere profitti leciti.
  • FINANZIAMENTO DEL TERRORISMO: prevede invece l’acquisizione o la raccolta di somme di denaro di provenienza lecita, per destinarlo ad attività illecite.

Quindi, mentre il riciclaggio mira a legalizzare capitali di provenienza illecita, il finanziamento del terrorismo, presuppone mezzi economici provenienti da attività lecite, trasferiti in funzione di finanziare specifiche attività criminose.

Entrambi i fenomeni evidenziano forti caratteristiche di transnazionalità, pertanto costituisce fronte comune, la necessità di una cooperazione internazionale, come presupposto al contrasto di entrambi i fenomeni.

Medesima è la legge nazionale che disciplina il contrasto a questo fenomeno illecito, il Dlgs. n.231/2007, che all’articolo 2, comma 6, definisce l’attività di finanziamento al terrorismo: “Ai fini di cui al comma 1, s’intende per finanziamento del terrorismo  qualsiasi attività diretta, con ogni mezzo, alla fornitura, alla raccolta, alla  provvista, all’intermediazione, al deposito, alla custodia o all’erogazione,   in qualunque modo realizzate, di fondi e risorse economiche,   direttamente o indirettamente, in tutto o in parte, utilizzabili per il  compimento di una o più condotte, con finalità di terrorismo secondo  quanto previsto dalle leggi penali ciò indipendentemente dall’effettivo utilizzo dei fondi e delle risorse economiche per la commissione delle condotte anzidette”.

Il trasferimento dei fondi, utili al finanziamento del terrorismo, avviene attraverso vari canali, i più comuni sono:

  • Money transfer, riversano ingenti somme di denaro da un paese all’altro, per non destare sospetti, utilizzano una tecnica denominata “frazionamento orizzontale verticale”, effettuando uno stesso versamento, con cifre basse, sotto la soglia d’attenzione, in diversi money transfer, oppure effettuano più versamenti attraverso lo stesso soggetto, utilizzando i dati di soggetti diversi per aggirare i controlli.
  • Hawala, a differenza del money transfer opera al di fuori del circuito antiriciclaggio, un sistema molto diffuso nell’Islam, nel quale si trasferisce denaro senza una movimentazione fisica, effettuando cioè versamenti a intermediari (hawaladar), che dietro pagamento di una commissione, garantiscono la consegna della somma equivalente in valuta locale con un operatore del Paese di destinazione.
  • Euro to euro, attivo soprattutto nella comunità nigeriana, funziona attraverso una rete di raccolta contante presso sportelli, spesso presenti all’interno di esercizi commerciali etnici. Al cliente che spedisce il denaro viene rilasciata una ricevuta riportante una password, che viene poi comunicata al destinatario nel Paese d’origine per il ritiro del denaro, in un ufficio presso il quale le somme affidate in Italia possono essere incassate.

In alcuni casi per trasferire il denaro, vengono anche utilizzati  circuiti bancari formali, utilizzando le tecniche di frazionamento e parcellizzazione delle somme trasferite, intese a polverizzare il volume delle transazioni oppure interponendo prestanome, che non hanno collegamenti con le liste antiterrorismo ONU.

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LEGALITA’ IN COMUNE

Oggi molti Comuni a causa dell’autonomia federalista, hanno visto ridurre i trasferimenti dallo Stato e sono in costante difficoltà a chiudere i propri bilanci in pareggio.

Eppure molti di loro non sono organizzati adeguatamente per sfruttare le opportunità d’incrementare le entrate e tutelare al meglio le risorse disponibili.

In particolare oggi, occorre preoccuparsi di riorganizzare la struttura comunale, iniziando da un’opportuna analisi territoriale e funzionale dell’ente, interoperare i dati e le attività degli uffici, in modo tale da rendere, soprattutto i processi che governano l’azione accertativa e la riscossione, più efficace ed efficiente,.

Occorre anche impedire che agevolazioni, contributi e sussidi erogati dall’ente locale, siano distribuiti correttamente, monitorando quindi le DSU presentate ai fini ISEE, la lista dei soggetti che percepiscono il Reddito di Cittadinanza o l’assegnazione degli immobili a edilizia popolare.

C’è poi il grande tema della cooperazione incentivata dei Comuni, svolta in collaborazione con gli enti dello Stato preposti, per verificare i redditi dichiarati, l’inquadramento previdenziale e contributivo o la regolarità catastale degli immobili presenti sul territorio. Si tratta di attività di cooperazione, attraverso le quali i Comuni possono percepire interessanti somme extra bilancio, senza peraltro impegnare particolari risorse, questo perché molto spesso, i medesimi controlli vengono già effettuati per assolvere altri compiti istituzionali. Si tratta di formidabili opportunità di rivitalizzare le proprie entrate, spesso sconosciute o sottovalutate dagli enti, infatti in questo senso, sono soltanto una piccola percentuale dei Comuni che sono strutturati per assolvere queste funzioni.

Un ultimo aspetto, non meno rilevante, è quello della tutela dell’integrità e della concorrenza del mercato, l’attività di prevenzione dei fenomeni criminali, effettuata attraverso l’attuazione concreta dei Piani triennali anticorruzione e antiriciclaggio.

Questo perché soprattutto in questo periodo, nel quale l’economia mondiale è stata travolta dalla pandemia da Covid-19, si è creato terreno fertile per la criminalità organizzata, che approfittando dell’ingente quantità di denaro a disposizione, proveniente da traffici illeciti, può facilmente infiltrarsi nel tessuto economico e negli appalti e forniture pubbliche, inquinando irrimediabilmente l’economia locale.

Sulla base delle mie esperienze professionali e approfondimenti, sto completando una collana editoriale, anche in formato ebook, suddivisa in quattro volumi:

Primo Volume – L’accertamento delle entrate locali

Secondo Volume – La tutela delle risorse finanziarie locali

Terzo Volume – La cooperazione fiscale e contributiva

Quarto Volume – Prevenzione della corruzione e del riciclaggio nella PA

Nei testi si affrontano tutti gli aspetti sopra richiamati, con un’aggiornata e pratica informazione legislativa e suggerendo gli adeguati processi da attivare per rendere l’azione dei Comuni davvero efficace e proficua.

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LA DISCIPLINA DEL LAVORO FAMILIARE

Nell’ambito delle verifiche amministrative, emergono talvolta situazioni nelle quali viene rilevata la presenza, nei luoghi di lavoro, di familiari del titolare intenti a collaborare nell’attività d’impresa, senza che siano registrati come lavoratori dipendenti o che ricoprano qualche ruolo societario.

In questi casi, sorge il dubbio che tale attività lavorativa, resa al di fuori di un rapporto di lavoro subordinato, possa essere inquadrata come una prestazione svolta in nero.

Sulla questione in oggetto, si è espressa una recente sentenza della Corte di Cassazione del 30 settembre 2020, n.20904, che ha fissato alcuni criteri scriminanti circa la possibile configurazione dell’illecito.

In particolare è stato sottolineato, come debba sussistere un adempimento spontaneo e occasionale del familiare che collabora con l’imprenditore, secondo un rapporto ispirato ai principi di solidarietà e rapporto affettivo familiare, privo di un qualsiasi vincolo giuridico.

Infatti in questi casi si configura il requisito dell’affectionis benevolentiae, cioè un’obbligazione naturale, morale ed affettiva, ricompresa tra i doveri familiari.

Alcuni criteri oggettivi, sono stati indicati dal Ministero del Lavoro, per qualificare l’occasionalità delle prestazioni, al fine di fornire al personale ispettivo, il  corretto  inquadramento dei collaboratori familiari, con lle Circolari n.10478 del 10 giugno  2013  e n. 14184 del 5 agosto 2013.

Seguendo questi criteri, la prestazione del familiare si presume resa a titolo gratuito e occasionale, se impegna fino ad un massimo di 90 giorni l’anno, ovvero stabilendo una durata giornaliera di 8 ore, il limite complessivo è frazionabile in 720 ore annuali.

Si presumono occasionali, le attività di collaborazione rese da un familiare pensionato o impiegato a tempo pieno o part-time, presso un altro datore di lavoro, in questo caso non si è tenuti a versare alcuna retribuzione né contributi previdenziali, ma ricorrono gli obblighi assicurativi INAIL se superate le 10 giornate lavorative nell’anno.

Tutte queste presunzioni, sono superabili soltanto in presenza di una prova rigorosa della sussistenza degli elementi tipici della subordinazione, che richiede un’approfonditi accertamenti sulla realtà fattuale.

Secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, la differenziazione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, è individuata nel vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, da ricercare sulle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa.

La subordinazione implica l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione imprenditoriale del datore di lavoro, mediante la messa a disposizione delle proprie energie lavorative e il contestuale assoggettamento al potere direttivo, mentre nel lavoro autonomo l’oggetto della prestazione è costituito dal raggiungimento di un risultato.

Nel caso la collaborazione non sia occasionale, si potrebbero quindi configurare le condizioni  di un rapporto di lavoro subordinato o di una vera e propria impresa familiare, disciplinata dall’articolo 230-bis del codice civile e dall’articolo 5, commi 4 e 5, TUIR (Dpr. n.917/1986).

Si può fare ricorso alla collaborazione, gratuita ed occasionale del familiare, soltanto nelle imprese artigiane, commerciali e agricole, pertanto questa possibilità è inibita in caso d’imprese industriali e studi professionali.

La possibilità di usufruire di tale collaborazione familiare, è riservata al coniuge, ai parenti entro il terzo grado, agli affini entro il secondo grado e ai figli, restano quindi esclusi fidanzati e conviventi.

Diversa la questione relativa ad un familiare che aiuta nella prestazione lavorativa un lavoratore dipendente, senza che il titolare sia a conoscenza.

In questo caso la collaborazione familiare non è ammissibile, profilandosi una circostanza di lavoro in nero, che espone il datore di lavoro a molteplici responsabilità civili, in caso d’ infortunio, economico-fiscali in caso di accertamenti dell’Agenzia delle Entrate e sul piano assicurativo-previdenziale in caso di accertamento da parte dell’ispettorato del lavoro.

Occorre poi sottolineare che con tale atteggiamento, il lavoratore dipendente risponde civilmente della violazione prevista dall’articolo 2094 codice civile, che regola il rapporto sinallagmatico contrattuale tra datore di lavoro e dipendente.

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Ambito d’intervento – PROPRIETÀ EDILIZIA E PATRIMONIO IMMOBILIARE

Tra gli ambiti d’intervento nei quali i Comuni possono effettuare le proprie indagini fiscali, finalizzate a rilevare fenomeni evasivi/elusivi collegati ad entrate erariali, affrontiamo uno tra i più interessanti e proficui, considerato che circa il 70% del reddito fondiario o da locazione/comodato, sfugge alla tassazione sulle persone fisiche.

L’ ambito di intervento Proprietà Edilizie e Patrimonio Immobiliare, comprende le relative sottocategorie:

Proprietà o diritti reali di godimento di unità immobiliari, diverse da abitazioni principali, non fiscalmente dichiarati, le cui segnalazioni sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate. I redditi fondiari fiscalmente rilevanti, possono derivare dalla proprietà, dall’usufrutto o dal possedimento di altri diritti reali sugli immobili (terreni e fabbricati). Relativamente alle informazioni fiscali sugli immobili, queste vanno acquisite in SIATEL Puntofisco, Interrogazione Soggetto – Dati Contabili”, il reddito da terreni è indicato nel quadro RA del modello UNICO o nel quadro A del modello 730, mentre quello da fabbricati è relativo alla rendita catastale presente nel quadro RB del modello UNICO o nel quadro B del Modello 730, occorre sottolineare che i fenomeni non riguardano gli immobili posseduti come “abitazione principale”. Quanto acquisito in dichiarazione deve essere rapportato con le informazioni presenti in SISTER (Sistema di Interscambio Territorio) e nelle sezioni Catasto e Conservatoria dei Registri Immobiliari, verificando la titolarità degli immobili in esame. L’accertamento della fattispecie in questione, comporta un sensibile aumento dell’imponibile fiscale, attraverso un maggiore reddito fondiario, con la conseguente applicazione delle previste sanzioni fiscali.

Proprietà o diritto reale di godimento di unità immobiliari, occupate da soggetti, diversi dalla proprietà, in assenza di contratti registrati, le cui segnalazioni sono di competenza della Guardia di Finanza. Il caso classico è quello riconducibile, alle locazioni d’immobili in nero, cioè a negozi giuridici, non sottoposti alla dovuta registrazione. Per l’accertamento di questa tipologia d’illecito fiscale, necessita acquisire, dati ed elementi, presso diverse strutture comunali:

  • Ufficio Tributi: TARI, soggetti passivi che occupano immobili sottoposti all’imposizione tributaria in questione, non proprietari del fabbricato. IMU, soggetti passivi titolari degli immobili sottoposti all’imposizione tributaria in questione.
  • Ufficio Anagrafe – per la verifica dello stato civile dei soggetti residenti.
  • Autorità di Pubblica Sicurezza – comunicazioni ai fini antiterrorismo, ex articolo 12, D.L. n.59/1978, convertito in Legge n.191/1978, nei Comuni dove non sono presenti Commissariati di Polizia, i dati sono già in possesso del Comune in quanto il Sindaco, è ufficiale del Governo.

Quanto acquisito va rapportato con le informazioni presenti in SIATEL Puntofisco, relativamente alle Dichiarazioni fiscali – Interrogazione Soggetto – Dati Contabili”, quadro RA e RB Modello Unico e quadro A e B modello 730, per verificare la presenza dei redditi da locazione percepiti ed i codici di utilizzo 2 (a disposizione) o 9 (altro utilizzo).

Ulteriore accertamento va compiuto nell’area Accertamento ai Comuni attivata quanto si aderisce alla cooperazione fiscale incentivata ex articolo 18, DL n.78/2010, per le informazioni relative alle utenze elettriche, gas ed acqua.

Fondamentale per l’attività investigativa soprattutto l’acquisizione d’informazioni sulla titolarità degli immobili da parte della Polizia Locale.

Questa tipologia di segnalazione qualificata, mira all’emersione di due diverse forme di evasione da:

  • imposta di registrazione degli immobili locati, DPR. n.131/1986 (T.U. delle disposizioni concernenti l’imposta di registro);
  • aumento della base imponibile, sulla quale applicare la prevista tassazione IRPEF.

Nella pratica operativa, gli strumenti che possono essere utilizzati per controlli è rappresentato dall’obbligo di tenuta, degli amministratori di condominio, del Registro anagrafe condominiale (articolo 1130, Codice Civile), dove devono essere raccolte:

  • le generalità dei titolari di diritti reali e di godimento degli immobili;
  • i dati catastali di ciascuna unità immobiliare;
  • ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza delle parti comuni dell’edificio.

A questo registro è stata infatti collegata l’attività di controllo dei Comuni in materia di accertamento delle locazioni in nero, con l’entrata in vigore dell’articolo 1, comma 49, Legge n. 147/2013.

L’articolo 1, comma 342, Legge n.311/2004, per contrastare il fenomeno degli affitti in nero, ha introdotto l’articolo 41-ter, DPR. n.600/1973, che al comma 2, introduce una presunzione iuris tantum.

Tale presunzione, consente in caso di riscontro di una situazione illecitamente accertata, la contestazione in modo presuntivo dell’omessa dichiarazione dei redditi da locazione, anche per i quattro anni precedenti

Accertamento per omessa dichiarazione IMU, in assenza di dichiarazione collegata ai redditi fondiari, le cui segnalazioni sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate. È una tipologia di segnalazione consequenziale al controllo degli uffici tributi comunali, relativamente al tributo locale.

Accertata l’anomalia tributaria locale, necessita verificare se è stata omesso di indicare anche il relativo reddito fondiario in SIATEL Puntofisco, Interrogazione Soggetto – Dati Contabili”, quadro RB del Modello Unico e quadro B del modello 730.

Accertamento per omessa dichiarazione TARI, in assenza di redditi collegati a contratti non registrati, le cui segnalazioni, sono di competenza della Guardia di Finanza. Fattispecie analoga al caso precedente, trattandosi anche in questo caso di attività consequenziale il controllo comunale relativo alla sottoposizione al tributo sui rifiuti. Una volta emersa l’omessa dichiarazione del tributo locale necessita verificare su SIATEL Puntofisco – Interrogazione Soggetto – Dati Contabili – Modello UNICO, Quadro RB o quadro B Modello 730, la presenza di redditi da locazione percepiti.

Omessa denuncia di revisione di rendita catastale ex art. 1, comma 336, della legge n. 311/2004, per immobili diversi dall’abitazione principale, le cui segnalazioni sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate.

La violazione in questione, è relativa all’accertamento delle variazioni catastali, che abbiano comportato un incremento della rendita catastale.

Pertanto, i Comuni, constatata la presenza di immobili non dichiarati in Catasto o situazioni di fatto, non coerenti con la classificazione catastale (modifiche edilizie o cambi di destinazione d’uso dell’immobile), debbono richiedere alla proprietà o al titolare del diritto reale la presentazione del DOCFA (Documenti Catasto Fabbricati), necessario per l’aggiornamento dello stato di fatto dell’immobile. Nel caso i soggetti interpellati non ottemperino alla richiesta, entro 90 giorni dalla notificazione, il Comune comunica la mancanza all’Agenzia delle Entrate, che provvederà, all’iscrizione d’ufficio in Catasto dell’immobile.

Questa tipologia d’illecito fiscale produce una duplice finalità antievasione:

  • incremento della rendita catastale, e quindi del reddito fondiario;
  • modifica dei parametri di calcolo dei tributi locali gravanti sugli immobili.

Dati ed elementi utili a qualificare la segnalazione sono acquisibili in SISTER – Portale per i Comuni, procedura formale, notifica DOCFA, relativamente ad unità immobiliari, per le quali è già stata trasmessa la comunicazione di cui all’articolo 1, comma 336, Legge n. 311/2004 e SISTER – Registri Immobiliari, relativamente agli identificativi catastali ed ai titolari delle unità immobiliari.

Occorrerà poi procedere ad un sopralluogo relativo allo stato di fatto dell’immobile in questione, e quanto acquisito, dovrà essere confrontato con le risultanze presenti in SIATEL Puntofisco – Informazioni Soggetto – Dichiarazioni Fiscali –  Modello UNICO, Quadro RB o Quadro B Modello 730, verificando la presenza dei maggiori redditi fondiari, prodotti dall’incremento della rendita catastale. Interessante per quest’ultima categoria d’illecito collegato agli immobili, che oltre al previsto incentivo spettante alle amministrazioni comunali segnalanti, spetta il 75%, della sanzione amministrativa prevista dall’articolo 28 R.D. n.652/1939 (minimo 268 – 1.032 euro, massimo 2.066 – 8.624 euro), per effetto dell’articolo 2, comma 12, Dlgs. n.23/2011.

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L’OCCUPAZIONE ABUSIVA D’IMMOBILE

Sempre più frequentemente, soprattutto nelle aree ad alta densità urbana, si presenta il problema dell’occupazione delle case sfitte.

Occupare una casa disabitata costituisce reato e in particolare l’ordinamento punisce tale fattispecie, con il reato d’invasione di terreni o edifici, previsto dall’articolo 633 cp,.

Si tratta di un reato permanente se l’occupazione si protrae nel tempo, che cessa soltanto con l’allontanamento del soggetto dall’immobile occupato arbitrariamente.

L’azione delittuosa non richiede modalità esecutive violente, non si riferisce quindi all’aspetto aggressivo della condotta, ma al comportamento arbitrario, tipico di chi si introduce nell’altrui immobile contra ius, perchè privo del diritto d’accesso.

Esistono poi ulteriori reati che possono essere compiuti dal reo all’atto dell’occupazione abusiva quali il danneggiamento, il furto e la violazione di domicilio (artt. 635, 624, 625 e 614 codice penale).

Anche occupare senza titolo una casa popolare costituisce un reato penalmente rilevante, in quanto l’erogazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, è regolato da una speciale disciplina normativa, il Dpr 30 dicembre 1972 n. 1035.

Questa disciplina lega il godimento di questo beneficio a specifici presupposti e requisiti che devono essere verificati dall’amministrazione assegnataria, attraverso idonee procedure.

Gli aspetti attuativi sono poi adottati territorialmente attraverso idonee leggi regionali che disciplinano l’assegnazione.

In particolare, l’articolo 11, Dpr. n.1035/1972, considera legittima la detenzione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, soltanto in presenza di un provvedimento formale di assegnazione emesso nel rispetto dei prescritti requisiti. 

In assenza di un valido titolo o di una situazione prevista dalla legge come presupposto di subentro ad un rapporto già in essere, si può parlare d’occupazione abusiva della casa popolare. 

Per quanto riguarda gli edifici ERP, la fattispecie penale prevista dall’articolo 633 cp, si configura anche nel caso in cui l’occupante si autodenunci e/o corrisponda il canone di locazione e non si realizza la fattispecie giuridica dell’usucapione, se l’occupazione è protratta nel tempo, in quanto tale diritto non può verificarsi con riferimento a beni pubblici.

Le questioni relative all’occupazione d’immobili, è stata più volte affrontata in via giurisprudenziale e l’orientamento, ormai consolidato, è che l’occupazione dell’alloggio di edilizia popolare costituisce reato quando non c’è un vero e proprio stato di necessità, potendo configurarsi l’esimente prevista dall’articolo 54 cp.

Occorre però sottolineare che il principio generale seguito dalla giurisprudenza è che lo stato di necessità può essere invocato soltanto in presenza di un pericolo attuale e transitorio.

Pertanto occupare per qualche notte un alloggio, magari per proteggersi dalla intemperie, può non costituire reato, cosa diversa quando l’occupazione si protrae settimane, magari portando il proprio mobilio o adattandolo alle personali esigenze.

Il DL n.47/2014, allo scopo di contrastare il fenomeno dell’abusivismo, ha introdotto una serie di misure, volte a scoraggiare l’occupazione abusiva, che si concretizzano nell’articolo 5 che prevede:

  • l’impossibilità di chiedere la residenza nell’immobile, quindi di esercitare diritto di voto, l’iscrizione al medico di famiglia o dei figli all’asilo comunale, etc.;
  • l’impossibilità di allacciare le utenze gas e luce.

Il successivo DL n.118/2018, ha provveduto ad inasprire la sanzione penale prevista dall’articolo 633 cp, elevandola a quattro anni di reclusione e autorizzando l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche, per potenziare le risorse investigative e le opzioni giudiziarie.  

Nonostante queste misure, l’emergenza abusivismo in Italia rimane ancora un problema irrisolto.

Recentemente la legge regionale del Lazio, del 27 febbraio 2020, n. 1, all’articolo 22, comma 146 (Bilancio 2020), ha previsto la regolarizzazione delle occupazioni senza titolo di alloggi di edilizia residenziale pubblica, in data anteriore al 23 maggio 2014, quando si è in presenza di nuclei familiari con minori a carico che vivono in situazioni di vulnerabilità.

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IL COINVOLGIMENTO DEI COMUNI NELL’ATTIVITÀ DI CONTROLLO SUI TRIBUTI REGIONALI

L’attività di controllo effettuata da parte dei Comuni per effetto della cooperazione fiscale incentivata con l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza, determina benefici per il Bilancio dello Stato, per quello comunale grazie all’incentivo premiale del 100% delle somme segnalate e indirettamente per l’addizionale IRPEF, ma anche ulteriori benefici in termini di emersione della base imponibile, e conseguentemente di maggiore gettito, anche per le Regioni.

Infatti, da un lato, le segnalazioni qualificate rilevanti ai fini dei fenomeni evasivi/elusivi riferiti all’IVA, consentono un contestuale accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate, di una maggiore base imponibile ai fini IRAP.

L’Imposta regionale sulle attività produttive, disciplinata dagli artt. 1-45 Dlgs. 15 dicembre 1997, n. 446, colpisce come soggetti passivi gli esercenti attività d’impresa e lavoro autonomo, operanti sia in forma individuale che associata, gli enti non commerciali privati nonché le amministrazioni ed enti pubblici.

L’IRAP si applica al c.d. valore della produzione netto derivante dall’attività esercitata nel territorio regionale, calcolato in maniera differenziata in base alla tipologia dei soggetti e delle attività esercitate.

Quelle rilevanti ai fini IRPEF determinano anche un conseguente incremento delle entrate da addizionale regionale IRPEF e proprio in tal senso, riconoscendo la rilevanza dell’attività di controllo svolta dai Comuni, alcune Regioni hanno previsto, interventi normativi, introducendo misure premiali sull’IRAP e sull’addizionale regionale all’IRPEF.  

Sono però soltanto poche le Regioni intervenute normativamente, per coinvolgere i Comuni nell’attività di controllo fiscale relativa ai tributi regionali, prevedendo territorialmente diverse misure premiali .

In particolare le amministrazioni regionali sono, elencate sotto in ordine cronologico per provvedimento di legge approvato:

  • Sardegna, devolve il 30% del maggiore gettito (L.R. n. 1/2009, art. 2)
  • Toscana, il 50% del maggiore gettito (L.R. n. 68/2011, art. 14)
  • Basilicata, il 100% del maggiore gettito (L.R. n. 8/2014, art. 9)
  • Lazio, il 60% del maggiore gettito (L.R. n. 17/2016, art. 3)
  • Piemonte, il 50% del maggiore gettito (L.R. n. 24/2016, art. 9)

Si sottolinea infine, che in particolare la Polizia Locale, relativamente alle entrate regionali, può intervenire sull’incremento e il contrasto delle situazioni sintomatiche di fenomeni evasivi/elusivi, relativamente alla Tassa automobilistica.

Quest’entrata regionale, introdotta dal D.P.R. 5 febbraio 1953, n.39 “Testo unico delle leggi sulle tasse automobilistiche“, integrata dal comma 29, dell’articolo 5, D.L. n. 953/1982, grava sugli autoveicoli e motoveicoli immatricolati nella Repubblica Italiana, il cui versamento è a favore delle Regioni di residenza del proprietario.

In particolare è possibile intervenire in questo senso attraverso idonei servizi di polizia stradale ovvero con sistemi o apparecchi in grado di documentare, in modalità automatica mediante registrazioni fotografiche o video, che siano utili a reprimere le violazioni previste dal Codice della Strada (Dlgs. 285/1992):

  • Circolazione con veicoli immatricolati all’estero (articoli 132, 134);
  • Omessa trascrizione al PRA dei veicoli immatricolati in Italia (articoli 93 – 96);
  • Trasporto di persone non autorizzato su veicoli adibiti a trasporto cose (articolo 82).

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QUALIFICHE SOGGETTIVE NEI DELITTI CONTRO LA P.A.

Le principali figure di reato previste per i delitti contro la Pubblica Amministrazione, indicate al Capo I, Libro II, Titolo II del codice penale, definiti “reati propri”, che possono cioè essere commessi soltanto da particolari categorie di soggetti attivi, previste per legge.

Sussistendo quindi, sempre il presupposto collegato alla presenza di un soggetto rivestito di una determinata qualifica, l’individuazione di tale presupposto, non costituisce un dettaglio teorico ed astratto ma molto importante, in quanto comporta il corretto inquadramento dell’eventuale fattispecie penale.

A titolo d’esempio, un impiegato di banca, a seconda della funzione che svolge e della destinazione del denaro di cui si appropria indebitamente, può rispondere di appropriazione indebita o del più grave reato di peculato.

In particolare le qualifiche soggettive individuate dallo stesso codice penale sono:

PUBBLICO UFFICIALE – l’originaria formulazione di questa qualifica  richiamata dal Codice Rocco del 1930, tendeva ad associarla al rapporto d’impiego che legava il soggetto all’ente di diritto pubblico, sposando quindi la c.d. teoria soggettiva. Con la Legge n.142/1990, iniziò la progressiva privatizzazione della Pubblica Amministrazione, nella quale confluirono enti pubblici economici e società partecipate e questo passaggio di interi settori dell’economia ai privati, pose l’incognita di stabilire se tali operatori, rientrassero in questa figura giuridica, pur mancando il formale rapporto di dipendenza con la Pubblica Amministrazione.

Pertanto la precedente teoria entrò in crisi, affermandosi a livello giurisprudenziale l’attuale teoria oggettiva, cioè una valutazione legata all’esercizio di una pubblica funzione, senza soffermarsi sul rapporto d’impiego con l’ente pubblico.

L’oggettività della funzione di pubblico ufficiale, confluì nell’attuale formulazione dell’articolo 357 cp. Secondo il comma 1, sono pubblici ufficiali, coloro che esercitano una:

  • funzione legislativa: diretta cioè alla creazione delle norme che costituiscono l’ordinamento giuridico dello Stato, attribuita quindi ai parlamentari, ai membri del governo, consiglieri regionali e quelli delle province autonome di Trento e Bolzano;
  • funzione giudiziaria: magistrati, polizia giudiziaria, cancellieri, periti e testimoni;
  • funzione amministrativa: soggetti che realizzano concretamente i fini dello stato (in senso generale), attraverso statuizioni che permettono di dare effettiva operatività all’astratta previsione legislativa.

Ai sensi del comma 2, sono pubblici ufficiali coloro che esercitano un’attività:

  • disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, cioè in particolare la norma può definirsi di diritto pubblico quando la reazione sanzionatoria è perseguibile d’ufficio, a differenza del diritto privato dove è affidata all’iniziativa di parte.  
  • caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi, cioè quando l’attività dei soggetti è destinata ad influire sulla sfera giuridica dei destinatari, mediante la costituzione, modificazione o estinzione di situazioni giuridiche.

La categoria dei Pubblici Ufficiali è stata poi ampliata dall’entrata in vigore dell’articolo 3, Legge n.300/2000, che ratificava gli accordi internazionali in materia di corruzione dei P.U. stranieri nelle operazioni economiche internazionali, ha introducendo l’articolo 322-bis cp.

L’articolo estende quindi le responsabilità penali dei pubblici ufficiali anche ai membri della Comunità e Parlamento Europeo, Parlamento, Corte di Giustizia e Corte dei Conti europea ed ai funzionari e agenti che operano in tali strutture.

INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO – questa categoria soggettiva, disciplinata dall’articolo 358 cp, raccoglie quella parte residuale di coloro che non rientrano nella nozione di pubblica funzione amministrativa, menzionata al secondo comma dell’articolo 357 cp.

In particolare sono coloro che a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio, inteso come attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale.

Il pubblico servizio s’identifica quindi dall’assoggettamento alla medesima disciplina della funzione pubblica, ma difetta dei poteri tipici che la connotano (deliberativi, autoritativi e certificativi), senza però che la funzione svolta possa qualificarsi come mera attività materiale.

Sono incaricati di pubblico servizio, gli esattori delle società concessionarie dei servizi locali (gas, luce, acqua), il custode del cimitero, la guardia giurata che conduce un furgone portavalori, etc.

ESERCENTI SERVIZIO DI PUBBLICA NECESSITA’ – quest’ultima categoria giuridica è qualificata dall’articolo 359 cp ed è composta da:

  • privati che esercitano professioni forensi, avvocato o procuratore legale;
  • sanitarie, tutto il personale sanitario che opera fuori da qualsiasi rapporto con le strutture pubbliche;
  • altre professioni il cui esercizio sia per legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato, quando dell’opera di essi il pubblico sia per legge obbligato a valersi, l’architetto, l’ingegnere, il geometra o il farmacista;
  • privati che, non esercitando una pubblica funzione, né prestando un pubblico servizio, adempiono un servizio dichiarato di pubblica necessità, possiamo richiamare le agenzie di pratiche automobilistiche o di assicurazione contro i rischi connessi alla circolazione stradale.

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TASSAZIONE SUI RIFIUTI – TARI

Dalla riforma sulla IUC, operata dalla Legge di Bilancio 2020, è rimasta integra la componente sui rifiuti TARI, che continua ad essere vigente con i suoi tradizionali contenuti.

In particolare, dalla disciplina della Legge n. 147/2013, che con l’articolo 1, aveva abrogato i precedenti regimi impositivi TIA (tariffa di igiene ambientale), TARSU (tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) e TARES (tributo comunale sui rifiuti e sui servizi), disponendo applicarsi l’attuale disciplina TARI.

La stessa norma, stabiliva che le attività d’accertamento e riscossione continuavano ad essere sono svolte dai comuni ai quali spettano le maggiori somme derivanti da loro svolgimento.

Al comma 639 della medesima legge di stabilità 2014, si faceva poi riferimento alla nuova imposizione sui rifiuti TARI, rimandando al successivo comma 641, l’inquadramento del presupposto quale: “il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. Sono escluse dalla TARI le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili, non operative, e le aree comuni condominiali di cui all’articolo 1117 del codice civile che non siano detenute o occupate in via esclusiva”.

Venivano quindi escluse dall’imposizione TARI, le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili e le aree comuni condominiali, non detenute o occupate in via esclusiva.

Se la detenzione dell’immobile è inferiore ai sei mesi, la TARI resta in capo esclusivamente al titolare di diritti reali e, nel caso gli utilizzatori dell’immobile siano molteplici (es. immobili occupati da studenti o lavoratori in trasferta), gli occupanti sono tutti obbligati in solido all’adempimento dell’unica obbligazione tributaria.

Il comma 686, ha ritenuto valide, ai fini della dichiarazione TARI, le superfici dichiarate o accertate ai fini delle precedenti tassazioni sui rifiuti (TARSU, TIA1, TIA2 o TARES).

Le tariffe TARI, devono assicurare la copertura integrale dei costi d’investimento e d’esercizio, relative al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti.

Le tariffe si distinguono  in:

  • domestiche, relative alle abitazioni familiari;
  • non domestiche, ricomprendono tutte le restanti utenze (attività commerciali, industriali, professionali e produttive in genere).

Il comma 645, indica come base imponibile la superficie calpestabile delle unità immobiliari suscettibili di produrre rifiuti, iscritte o iscrivibili nel catasto urbano.

In concreto, gli importi sono determinati dal Comune in base alla tariffa commisurata all’anno solare, coincidente con un’autonoma obbligazione tributaria, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio relativi al servizio di gestione dei rifiuti locali, secondo quanto stabilito dal Dpr. n. 158/1999.

Il comune, ai sensi del comma 659, ha facoltà di introdurre con proprio regolamento, agevolazioni ed esenzioni per:

  • abitazioni con unico occupante;
  • abitazioni e locali per uso stagionale;
  • abitazioni occupate da soggetti che risiedono o dimorano, per più di sei mesi l’anno all’estero;
  • fabbricati rurali a uso abitativo.

La Legge di Bilancio 2020, consente la detrazione dalle imposte dirette fino alla concorrenza del 100% dell’importo relativo all’entrata TARI, quando questa è riferita a immobili strumentali all’esercizio dell’attività di impresa (es. capannoni, opifici, etc).

Dal 1° gennaio 2020, sarebbe dovuto entrare in vigore a pieno regime, un nuovo sistema di regolamentazione della TARI, basato su previsioni stabilite da ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), in materia di obblighi di trasparenza in bolletta e d’individuazione di una giusta tariffa da applicare al servizio rifiuti.

A causa dell’emergenza Coronavirus, questa riforma che avrebbe dovuto garantire maggiore trasparenza e un tariffario più omogeneo sul piano nazionale ha avuto un forte ritardo, molti Comuni hanno quindi deciso di rinviare la scadenza del primo acconto per il pagamento della TARI al 30 aprile.

Relativamente ai poteri di accertamento sulla TARI, essendo decaduta tutta la precedente disciplina, occorre oggi fare riferimento sempre alla legge n.14//2013.

In particolare il riferimento è l’articolo 1, comma 693, che dispone: “Ai fini della verifica del corretto assolvimento degli obblighi tributari, il funzionario responsabile può inviare questionari al contribuente, richiedere dati e notizie a uffici pubblici ovvero a enti di gestione di servizi pubblici, in esenzione da spese e diritti, e disporre l’accesso ai locali ed aree assoggettabili a tributo, mediante personale debitamente autorizzato e con preavviso di almeno sette giorni».
Rispetto alla potestà dei Comuni di poter disporre l’accesso ai locali adibiti ad abitazione, occorre tener presente il contenuto dell’articolo 14 della Costituzione, che tutela il domicilio.
In particolare l’inviolabilità del domicilio è superabile attraverso ispezioni, perquisizioni o sequestri, nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.

Generalmente è possibile farlo per fattispecie di reato, a seguito di provvedimenti dell’A.G. o per iniziativa della polizia giudiziaria nei casi di ricerca degli autori di reato o della prova.
Ci sono poi casi particolari, legati a motivi di sanità e d’incolumità pubblica ovvero a fini economici e fiscali, anche questi casi sono regolati da leggi speciali.

Per quanto riguarda le attività di verifica di natura tributaria locale, in caso di mancata collaborazione del contribuente non è consentito procedere coattivamente e per determinare l’importo del tributo spettante al Comune, occorre fare riferimento allo strumento delle presunzioni semplici e dei criteri induttivi, di cui all’articolo 2729 del codice civile.

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L’ITALIA E’ UN PAESE CORROTTO?

Capita sempre più spesso, sui social o sui media in genere, di leggere commenti particolarmente sconfortanti, che accompagnano notizie su indagini o arresti, per illeciti collegati a fenomeni corruttivi, che coinvolgono politici, amministratori pubblici, forze dell’ordine o dipendenti pubblici in genere.

Gli italiani sembrano oggi non avere più fiducia in chi li amministra e l’idea comune è che in Italia la corruzione, il malaffare o la sciatteria dei dipendenti pubblici sia ai massimi livelli.

Ma è veramente così?

In realtà osservando attentamente i dati, sembrerebbe che l’opinione pubblica soffra piuttosto della Sindrone di Cadorna.

Questa sindrome, è specificatamente collegata al nome del generale dell’Esercito italiano, Luigi Cadorna, che nella Grande Guerra, riportò nell’ottobre 2017, il disastroso epilogo di Caporetto, contro l’esercito austro- tedesco.

In quell’occasione, Luigi Cadorna, gettò tutta la responsabilità della disfatta, sugli appartenenti al suo esercito, denunciando la scarsa combattività dei reparti.

In realtà, a parte la strategia di guerra adottata dal generale, i soldati avevano pochissima stima nei confronti di Cadorna che sovente li aveva descritti per metà disonesti e per metà ignoranti e fannulloni.

Una successiva Commissione d’indagine, individuò invece tutta la responsabilità dell’evento disastroso per il nostro esercito, proprio al generale Cadorna, che venne sostituito nel novembre del 1917 dal comandante del XXIII Corpo d’armata, il generale Armando Diaz.

Sembra proprio che oggi gli italiani soffrano della medesima sindrome, in politica sono tutti ladri, la polizia è corrotta, violenta e serva dei padroni, i pubblici dipendenti fannulloni e raccomandati!

Ma torniamo ai dati, riferendomi in particolare alle indagini effettuate annualmente dalla Transparency International Italia, un’associazione di ricerca ed analisi dei principali ambiti in cui la corruzione si insidia, che compara i dati acquisiti a livello internazionale.

Questi dati, evidenziano invece una regressione del fenomeno della corruzione in Italia, infatti prendendo a riferimento i 180 paesi del mondo, la posizione dell’Italia è passata dalla 72esima posizione occupata nel 2012, alla 51esima posizione nel 2019 e prendendo in considerazione il solo mondo occidentale, l’Italia registra la 53esima posizione, realizzando un punteggio di 66/100.

Cosa ha determinato la crescita della reputazione dell’Italia nel mondo e cosa è successo in effetti dopo gli anni bui di Tangentopoli?

La produzione normativa nel tempo è intervenuta massicciamente in questo senso e lo spartiacque è stata sicuramente l’entrata in vigore della Legge n.190/2012, che non solo ha introdotto l’ANAC, ma ha messo in campo tutta una serie di disposizioni collegate in materia di Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici (Dpr. n.62/2013), Legge sulla Trasparenza (Dlgs. n.33/2013) e disposizioni in materia di inconferibilità e incompatibilità degli incarichi nella Pubblica Amministrazione (Dlgs. n.39/2013).

Il D.L. 24 giugno 2014, n.90, convertito con modificazioni dalla Legge n.114/2014 ha poi inciso profondamente nel sistema di regolazione delle disposizioni anti corruzione, rendendo oggi l’organizzazione della PA, sicuramente più efficiente e trasparente rispetto al passato.

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IMPOSTA SULLE PIATTAFORME MARINE

In Italia, Legambiente ha censito recentemente in un suo rapporto, un totale di 69 concessioni a numerose compagnie petrolifere che gestiscono 135 piattaforme a mare e 729 pozzi, di quest’ultime si contano 38 piattaforme e 129 pozzi.

Si tratta di strutture  perlopiù ubicate lungo le coste adriatiche, tra l’Emilia Romagna e l’Abruzzo.

Per questi manufatti, in particolare per le piattaforme petrolifere poste nelle acque marine, sorge la questione, in quanto immobili, dell’assoggettamento all’imposizione tributaria locale.

Tale questione veniva affrontata per la prima volta in sede di contenzioso, che produceva la sentenza n. 13794/2005, della sezione tributaria della Corte di Cassazione, la quale riconosceva il potere impositivo dei Comuni sulle acque territoriali.

L’indirizzo giurisprudenziale, veniva confermato successivamente, dalla stessa Corte, con una successiva sentenza n.3618/2016, che sanciva “l’assoggettamento delle piattaforme petrolifere alle imposte immobiliari comunali”.

In particolare, la Suprema Corte precisava che le piattaforme petrolifere, sono classificabili nella categoria catastale D7 (Fabbricati costruiti o adattati per le speciali esigenze di un’attività industriale e non suscettibili di destinazione diversa senza radicali trasformazioni), essendo riconducibili ad un immobile ai fini civili e fiscali idoneo ad essere accatastato e capace di produrre un reddito proprio.

L’imposta che assoggetta questi fabbricati marini è l’IMPi, istituita a partire dal 1° gennaio 2020 con DL n. 124/2019, che colpisce le piattaforme con struttura emersa destinata alla coltivazione di idrocarburi e sita entro i limiti del mare territoriale (come individuato dall’articolo 2 del R.D. 30 marzo 1942, n. 327 – Codice della Navigazione).

L’imposta da versare è calcolata applicando l’aliquota del 10,6 per mille della rendita catastale, con quota del 7,6 per mille, riservata allo Stato e restante 3 per mille, destinato ai Comuni interessati.

Soltanto per l’anno 2020, il versamento dell’imposta deve essere effettuato in unica soluzione entro il 16 dicembre a favore dello Stato, che poi, provvederà all’attribuzione del gettito di spettanza ai Comuni.

Per gli anni successivi, i soggetti passivi dovranno effettuare il pagamento del tributo sia allo Stato che  al Comune competente, analogamente a quanto avviene per tutti gli immobili appartenenti alla categoria catastale D, alla quale le piattaforme in questione sono assimilabili,

Allo stesso modo, le attività d’accertamento e riscossione del tributo sono affidate, anche per la parte erariale, ai Comuni, ai quali spettano le maggiori somme derivanti dallo svolgimento delle suddette attività a titolo di imposta, interessi e sanzioni.

Relativamente invece alle piattaforme adibite a rigassificatori, queste sono disciplinate dalla Legge n.205/2017, articolo 1, comma 728, in base al quale “per i manufatti ubicati nel mare territoriale destinati all’esercizio dell’attività di rigassificazione del gas naturale liquefatto (…), aventi una propria autonomia funzionale e reddituale che non dipende dallo sfruttamento del sottofondo marino, rientra nella nozione di fabbricato assoggettabile a imposizione la sola porzione del manufatto destinata a uso abitativo e di servizi civili”.

In merito all’IMPI il Ministero delle Finanze emanava il 16 dicembre 2020, la Risoluzione n. 8/DF  che forniva una serie di delucidazioni in merito:

  • alla corretta individuazione del presupposto oggettivo e delimitazione dell’ambito applicativo dell’imposta ai soli manufatti che rientrano nella definizione normativa di piattaforma marina con struttura emersa, escludendo quindi le teste pozzo sottomarine e le unità galleggianti di stoccaggio temporaneo. Non soggiacciono quindi all’imposta, neppure le navi destinate allo stoccaggio degli idrocarburi estratti in quanto non ancorate stabilmente al fondo marino;
  • alla corretta individuazione degli elementi che compongono la piattaforma marina ai fini della determinazione della base imponibile, con riferimento all’articolo 5, comma 3, Dlgs n. 504/1992, richiamato dall’articolo 13, comma 3, Dlgs n. 201/2011, applicando quindi i coefficienti previsti. Per tali manufatti, quindi, non è consentito scomputare la parte impiantistica nonché applicare la normativa sugli “imbullonati” (art. 1, comma 21, Legge n. 208/2015).
  • all’obbligo di presentare la dichiarazione, che ai sensi del DL n. 124/2019, essendo l’entrata assimilata all’Imu, lo fa ricadere al 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui è iniziato il possesso degli immobili, utilizzando come modello di dichiarazione quello approvato con decreto Mef del 30 ottobre 2012.

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IL NUOVO CANONE UNICO

A partire dal 2021, per effetto dell’articolo 1, comma 847, della Legge n.160/2019, le imposizioni che regolano i c.d. tributi minori (TOSAP, COSAP, CANONE NON RICOGNITORIO, CIMP, ICP e DPA), sono abrogate, introducendo in sostituzione un unico canone patrimoniale di concessione, autorizzazione o esposizione pubblicitaria denominato CANONE.

Pur se le violazioni relative agli illeciti collegati alle occupazioni del suolo pubblico e delle iniziative pubblicitarie sulla strada o in vista di essa sono sempre perseguite ai sensi degli articoli 20-28, Dlgs. n.285/1992 (Codice della Strada la nuova disciplina relativa all’imposizione tributaria su queste opere è contenuta ai comma 816 – 845 della Legge di Bilancio 2020.

E’ previsto in particolare, relativamente alle pubbliche affissioni (comma 836) che dal 1 gennaio 2021, è interrotto il servizio pubblico, disposto dall’articolo 18, Dlgs. n.507/1993 e sostituito con la pubblicazione sui siti internet istituzionali dell’ente locale, degli spazi pubblicitari disponibili.

Questi atti ampliativi della sfera giuridica del destinatario devono garantire, così come disposto dal comma 817, l’invarianza del gettito degli anni precedenti.

La nuova disciplina lascia ampi margini di autonomia alle amministrazioni comunali, potendo modificare senza vincoli le relative aliquote.

Attraverso i regolamenti comunali, si disciplineranno le occupazioni e le iniziative pubblicitarie che interessano aree mercatali, edicole, chioschi, insegne, tende e quant’altro concerne le varie attività commerciali.

Il canone unico pertanto individua due tipi di autorizzazioni o concessioni comunali:

  1. per l’occupazione anche abusiva della sede stradale, il cui presupposto è contenuto al comma 819, lettera a) che esclude a differenza del passato le aree interessate dalla servitù pubblica sulle aree private;
  2. per la diffusione di messaggi pubblicitari, anche abusiva, collegata all’impianto e non più al messaggio pubblicitario, creando peraltro un vuoto giuridico relativamente alla pubblicità sonora, che parrebbe non essere più un presupposto dell’imposizione tributaria.

Il comma 823, individua invece i soggetti passivi, nei titolari delle autorizzazioni/concessioni o da chi effettua l’occupazione o l’installazione d’impianti abusivi, con obbligazione solidale dei soggetti pubblicizzati.

Secondo quanto stabilito dal comma 840, dal 2021, il Canone Unico verrà determinato dal comune o dalla città metropolitana in base ai seguenti requisiti:

  • durata della occupazione
  • tipologia
  • superficie occupata
  • zona del territorio dove insiste l’occupazione.

Ai sensi del comma 821 il Comune nel Regolamento Comunale che disciplina il tributo, deve indicare un contenuto minimo inderogabile, legato a quanto indicato alle lettere da a) ad h).

  • procedure per il rilascio delle autorizzazioni/concessioni;
  • tipologie degli impianti pubblicitari autorizzabili e quelli vietati;
  • criteri di predisposizione del Piano Generale degli Impianti Pubblicitari (obbligatorio per i Comuni superiori a 20.000 abitanti);
  • superficie da destinare agli impianti per le pubbliche affissioni;
  • disciplina delle modalità di dichiarazione per particolari fattispecie;
  • esenzioni o riduzioni del canone;
  • maggiorazione sul canone fino ad un massimo del 50% per le occupazioni/esposizioni messaggi pubblicitari abusivi permanenti e maggiorazione per le occupazioni/esposizioni temporanee prendendo a riferimento i 30 giorni precedenti la data di verbalizzazione dell’illecito;
  • sanzioni amministrative pari ad un massimo del doppio del canone unico previsto.   

Le tariffe annuali del canone unico per il commercio su aree pubbliche (che si protraggono per l’intero anno solare) a seconda della densità di popolazione, vanno da un minimo di 30,00 (fino a 10.000 abitanti) fino a 70,00 euro/mq (oltre 500.000 abitanti).

Le tariffe giornaliere sono calcolate, applicando le ore di effettiva occupazione, fino a un massimo di 9 ore con valori che vanno da 0.60 euro (fino a 10.000 abitanti) fino a 2,00 euro/mq. (oltre 500.000 abitanti).

E’ possibile prevedere riduzioni, esenzioni e aumenti nella misura massima del 25% della tariffa e per le occupazioni nei mercati che si svolgono settimanalmente è prevista una riduzione dal 30% al 40% della tariffa.

La disciplina che istituisce questo nuovo canone è costellata da molte imperfezioni che rendono l’applicazione dell’entrata patrimoniale, suscettibile di produrre contenziosi e gravi incertezze applicative. 

I Comuni pertanto si trovano in tempi ristretti, considerata l’entrata in vigore della nuova disciplina dal gennaio 2021, alle prese con una regolamentazione complessa.  

Per venire incontro all’esigenza di operatori e amministratori, IFEL ha ipotizzato uno schema di regolamento per la disciplina del Canone unico proponendo soluzioni operative coerenti con la norma primaria e consapevoli degli spazi di autonoma regolamentazione delle entrate che il nostro ordinamento riserva ai Comuni.

Il documento è scaricabile attraverso il link: https://www.fondazioneifel.it/ifelinforma-news/item/10507-schema-di-regolamento-per-la-disciplina-del-canone-unico

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IL CONFLITTO D’INTERESSI NELLA P.A.

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L’attività della Pubblica Amministrazione si esplica attraverso la produzione di atti o  provvedimenti amministrativi, in grado d’incidere in maniera ampliativa o restrittiva della sfera giuridica dei soggetti ai quali sono destinati.

In particolare l’attività della PA è principalmente guidata dall’articolo 97 della Costituzione, che in particolare al comma 3, impone che il suo operato sia improntato a una serie di principi fondanti.

  • Legalità: l’organizzazione è subordinata alla legge;
  • Buon andamento: sancisce il criterio di efficienza che si assomma all’efficacia nelle risorse economiche;
  • Imparzialità: atteggiamento non pregiudiziale sia nei riguardi dei cittadini che delle sfere del pubblico e del privato.

In linea con quanto stabilito dall’articolo 97, si pone negli stessi termini l’articolo 1 della Legge n.241/2001, dove in materia di procedimento amministrativo rammenta i medesimi principi, ampliandoli alla pubblicità e trasparenza, secondo le modalità previste non soltanto dalla legge, ma anche dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti e dai princípi dell’ordinamento comunitario.

Rilevante in questo senso è il c.d. Conflitto d’interessi del pubblico dipendente, inteso come la situazione nella quale nello svolgimento di attività di rilievo pubblico che realizza l’interesse primario ci si trovi in contrasto con gli interessi personali o di familiari, affini o conoscenti.

In particolare il conflitto d’interessi, rileva per quei soggetti che nella PA sono chiamati a prendere decisioni, pertanto ad emettere provvedimenti amministrativi.

Le norme sul conflitto d’interessi, si estendono a più attività svolte in ambito pubblico, in quest’articolo si sottolineano in particolare quelle contenute nel Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici, nel Codice dei Contratti Pubblici, nelle Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche e infine nella Legge sul procedimento amministrativo.

Partendo dal Dpr. n.62/2013, disposizione attuativa di delega al Governo da parte della Legge Severino, del 6 novembre 2012, n.190, in tema di prevenzione e repressione della corruzione, si sottolineano in particolare alcuni obblighi del dipendente.

  • Articolo 5: comunicare la propria adesione o appartenenza ad associazioni e organizzazioni (esclusi partici politici e sindacati) i cui ambiti di interesse possono interferire con lo svolgimento delle attività dell’ufficio.
  • Articolo 6: comunicare all’atto dell’assegnazione all’ufficio, i rapporti diretti o indiretti di collaborazione avuti con soggetti privati nei 3 anni precedenti e in qualunque modo retribuiti, oltre all’obbligo di precisare se questi rapporti sussistono ancora ovvero sussistano con il coniuge, il convivente, i parenti e gli affini entro il secondo grado. Ulteriore obbligo l’astenersi dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto di interessi anche non patrimoniali, derivanti dall’assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici.
  • Articolo 10: divieto di menzionare nei rapporti privati il proprio ruolo pubblico per trarne vantaggio non spettanti e non assumere  comportamenti  che  possano  nuocere  all’immagine dell’amministrazione.
  • Articolo 14:  divieto di concludere, per conto dell’amministrazione, contratti di appalto, fornitura, servizio, finanziamento o assicurazione con imprese con le quali abbia stipulato contratti a titolo privato o ricevuto utilità nel biennio  precedente.

Il conflitto d’interessi naturalmente assume fondamentale rilevanza nelle decisioni che avvengono nell’ambito del Codice dei Contratti Pubblici, in particolare:

  • Articolo 42: il personale di una stazione appaltante o di un prestatore di servizi che, anche per conto della stazione appaltante, interviene nello svolgimento della procedura di aggiudicazione degli appalti e delle concessioni o può influenzarne, in qualsiasi modo, il risultato, ha, direttamente o indirettamente, un interesse finanziario, economico o altro interesse personale che può essere percepito come una minaccia alla sua imparzialità e indipendenza nel contesto della procedura di appalto o di concessione, è tenuto a darne comunicazione alla stazione appaltante, ad astenersi dal partecipare alle procedure.

Anche la disciplina del lavoro pubblico, Dlgs. n.165/2001, contiene norme che incidono sulla prevenzione del conflitto d’interessi, in particolare si segnala la circostanza che disciplina il c.d. pantouflage.

  • Articolo 53: il comma 16-ter, vieta al personale dipendente che negli ultimi tre anni di servizio hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto della PA, di non poter svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione. Il Consiglio di Stato con sentenza n.7462/2020, ha ritenuto legittima l’aggiudicazione di un appalto pubblico ad un operatore economico che abbia conferito incarichi di amministratore, professionali o di lavoro subordinato ad ex dipendenti della PA, che esercitavano compiti esecutivi e non complessi.

Concludendo, nella Legge n.241/1990 assume particolare rilevanza l’articolo 6-bis, che possiamo considerare come il punto di riferimento nel sistema di prevenzione del conflitto d’interessi, questo dispone l’obbligo generale di astensione nel procedimento amministrativo, in tutte le situazioni in cui si possono manifestare gravi ragioni di convenienza.

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PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE NELLA PA

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La svolta rispetto al fenomeno della corruzione in Italia, investita alla fine degli anni ’90 dallo scandalo Tangentopoli, giunse nel 2012, quando fu approvata la Legge n. 190 sulla prevenzione della corruzione.

Il percorso di questa riforma è stato segnato da provvedimenti sovranazionali, quali, la Convenzione ONU contro la corruzione del 31 ottobre 2003, ratificata in Italia dalla Legge n. 116/2009 e dagli articoli 20 e 21, della Convenzione penale sulla corruzione, stipulata a Strasburgo il 27 gennaio 1999, ratificata dalla Legge n.110/2012.

La legge n.190/2012, ha previsto importanti modifiche nell’agire pubblico, rendendo la dirigenza pubblica maggiormente responsabile dei comportamenti, non soltanto di rilevanza penale ma anche della c.d. maladministration nella PA. 

Si tratta di un provvedimento c.d. omnibus, che contiene molte disposizioni che hanno modificato le fattispecie penali e delegato il Governo ad adottare i decreti attuativi.

Infatti in periodi successivi, sono stati introdotti ulteriori provvedimenti, che contribuisse a integrare il sistema di prevenzione di questo fenomeno.

  • Dlgs. n.235/2012 – incandidabilità nella politica
  • Dlgs. n.33/2013 – Testo Unico in materia di trasparenza
  • Dlgs. n.39/2013 – inconferibilità e incompatibilità degli incarichi politici e amministrativi
  • Dpr. n.62/2013 – Codice di comportamento dei dipendenti pubblici.

L’obiettivo è stato quello d’uniformare l’ordinamento giuridico italiano agli strumenti internazionali ed europei di contrasto alla corruzione, introducendo uno strumento strutturato in forma preventiva del fenomeno, prima disciplinato soltanto come reato penalmente rilevante.

La legge, è intervenuta sull’individuazione delle cosiddette aree sensibili.

Alcune esplicite, quali il conferimento e l’attribuzione di vantaggi economici a soggetti privati, gli appalti e le concessioni di beni pubblici.

Altre ancora, indicate direttamente dall’amministrazione che deve adottare gli strumenti, quali la rotazione dei vertici dirigenziali, l’individuazione di un piano triennale di prevenzione sulla base del Piano Nazionale Anticorruzione (PNA).

La Legge n.190/2012, introduce anche per la Pubblica Amministrazione il c.d. risk management, già presente nelle imprese private (Dlgs. n.231/2001), cioè l’analisi del rischio come possibile verificarsi di un’intenzionale violazione di norme e regole etiche/morali e giuridiche.

Ai fini della prevenzione vanno in particolare strutturate iniziative collegate ai processi che attraversano l’attività della PA.

Le procedure da adottare sono quelle di seguito indicate.

  • Analisi del contesto interno/esterno (presenza sul territorio di fenomeni criminali), procedimenti penali o disciplinari a carico dei dipendenti.
  • Identificazione del rischio.
  • Valutazione rischio, probabilità che si verifichi (alto, medio, basso) e l’impatto che questo può avere sull’Amministrazione, puntando più ad un approccio qualitativo al problema piuttosto che all’aspetto quantitativo.
  • Trattamento del rischio
  • Monitoraggio e comunicazione.

Gli attori di quest’attività di prevenzione sono:

  • ANAC – Autorità Nazionale Anti Corruzione, autorità amministrativa indipendente, con il compito di prevenire i fenomeni corruttivi nella PA e nelle società partecipate e controllate, analizzando ogni settore potenzialmente esposto a corruzione.
  • Responsabile dellaCorruzione e della Trasparenza.  
  • Referenti,  nominati dal Responsabile, che possono svolgere attività informativa, affinché il Responsabile abbia elementi e riscontri per la formazione e il monitoraggio del PTPCT e sull’attuazione delle misure.

In particolare, approfondendo il ruolo del Responsabile, disciplinato dall’articolo 1, comma 7 e 8, Legge n.190/2012, che non ha una funzione di repressione delle fattispecie corruttive, ma agisce sui modelli comportamentali dei funzionari, prevenendo l’insorgere dei fenomeni corruttivi, attraverso il monitoraggio dei processi.

La figura del Responsabile, ricade su un dirigente appositamente nominato e nelle amministrazioni comunali, generalmente corrisponde al Segretario Comunale.

Soltanto con un provvedimento ampiamente motivato giuridicamente e a seguito di valutazioni d’opportunità, l’incarico può essere affidato nei Comuni, a una figura diversa dal Segretario.

La legge attribuisce al Responsabile, funzioni di vigilanza interna, ma prevede che l’ANAC vigili sul rispetto della disciplina.

Il Dlgs. n.97/2016, ha unificato in un unico soggetto il Responsabile della Trasparenza con quello dell’Anticorruzione, che ha quindi oggi, il compito di predisporre un Piano triennale integrato della prevenzione della corruzione e della trasparenza (PTPCT), sulla base delle indicazioni fornite dal Piano Nazionale anticorruzione approvato da ANAC, l’ultimo è del 13 novembre 2019.

Al Responsabile spetta, rispetto al PTPCT, anche il compito di verificare l’efficacia, l’attuazione e l’idoneità, proponendo annualmente le opportune modifiche.

Il Piano Triennale ha una struttura:

  • programmatica – con una visione triennale
  • permanente – Il controllo è continuo, il responsabile dovrà, di volta in volta, monitorare l’attività dell’ente prestando maggior attenzione alle attività più esposte al rischio.
  • dinamica – ogni anno il Responsabile, propone le opportune modifiche.
  • specifica – di ogni ente, pertanto non è possibile redigere un Piano uguale ad un altro appartenente ad un altro ente.

Questa modalità, ricalca perfettamente tutta la logica tipicamente programmatoria delle amministrazioni centrali e locali, che vede le attività svolgersi con un orizzonte temporale pluriennale, in cui la prima annualità, coincide sempre con quella del programma pluriennale.

Il Responsabile è chiamato, inoltre, a progettare modalità utili a permettere la rotazione degli incarichi dirigenziali, pur salvaguardando il patrimonio delle conoscenze amministrative che si sono formate nel tempo.

E’ altresì opportuno che vengano predisposti da parte del Responsabile opportuni piani formativi per i dipendenti maggiormente esposti al rischio di corruzione (articolo 1, comma 9, Lg. n.190/2012).

Importante è il regime delle responsabilità poste in capo al Responsabile,

In caso d’inadempimento delle prescrizioni, sono in particolare previste tre diverse fattispecie di responsabilità:

  1. connessa alla mancata predisposizione del Piano anticorruzione entro la scadenza del 31 gennaio e alla violazione dell’obbligo di procedere alla selezione e alla formazione del personale dipendente, di cui all’art. 1, comma 8 della legge anticorruzione. In questi casi si configura, per espressa previsione normativa, la responsabilità dirigenziale ex art. 21 d.lgs. 165/2001 da cui potrà derivare il mancato rinnovo dell’incarico alla scadenza, la revoca dell’incarico e nei casi più gravi, il licenziamento.
  2. connessa al comportamento corruttivo di altri dipendenti che all’interno dell’amministrazione si sono resi autori di un reato di corruzione accertato con sentenza pas­sata in giudicato. In questi casi, il responsabile risponde ai sensi dell’articolo 21, Dlgs. n.165/2001, nonché sul piano discipli­nare e su quello contabile del danno erariale e all’immagine della pubblica amministrazione.
  3. connessa alla responsabilità collegata alla trasparenza, per aver violato gli obblighi di pubblicazione dati (art. 47, Dlgs. 33/2013)

Le misure di prevenzione da indicare nel Piano, devono possedere le caratteristiche della precisione, puntualità , progettualità, sostenibilità, verificabilità e occorre indicare scadenze ragionevoli.

Le misure generali di prevenzione da adottare sono indicativamente.

1) Redazione di un proprio codice di comportamento

2) Rotazione del personale (ordinaria e straordinaria)

3) Inconferibilità – incompatibilità – incarichi extraistituzionali (Dlgs. n.39/2013)

4) Whistleblowing, facilitare la segnalazione di illeciti (articolo 54-bis, Dlgs. 165/2001)

5) Formazione del personale

6) Trasparenza dell’attività amministrativa e degli atti detenuti (Dlgs. n.33/2013)

7) Svolgimento di attività alla cessazione del lavoro;

8) Commissioni e conferimento incarichi;

9) Patti d’integrità.

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Ambito d’intervento URBANISTICA E TERRITORIO

Tra gli ambiti d’intervento dei Comuni interessati alla collaborazione al contrasto all’evasione fiscale approfondiamo in quest’articolo il tema dell’Urbanistica e Territorio.

L’ambito, comprende le relative sottocategorie.

  1. Opere di lottizzazione, anche abusiva, strumentale alla cessione di terreni, in assenza di correlati redditi dichiarati; le cui segnalazioni sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate. Si tratta di un ambito di intervento, che si integra con le attività di controllo comunale sulla conformità delle opere edilizie realizzate (ex articolo 27, Dpr. n.380/2001 – T.U. in materia di edilizia). Attività di vigilanza, che in presenza di abusi edilizi, prevede oltre alle prescritte comunicazioni delle violazioni alla normativa edilizia, anche l’inoltro di ulteriori segnalazioni all’amministrazione finanziaria, per l’applicazione delle sanzioni fiscali previste dall’articolo 49, comma 2, Dpr. n.380/2001 che recita: “È fatto obbligo al comune di segnalare all’amministrazione finanziaria, entro tre mesi dall’ultimazione dei lavori o dalla segnalazione certificata di cui all’articolo 24, ovvero dall’annullamento del titolo edilizio, ogni inosservanza comportante la decadenza di cui al comma precedente”.

Per meglio comprendere, il contenuto di quest’ambito, dobbiamo definire alcuni termini.

  • TERRENO EDIFICABILE, area utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal Comune.
  • LOTTIZZAZIONE, utilizzo di un terreno con finalità edificatorie, sul quale vengono effettuati interventi di frazionamento, creando così unità distinte, definite appunto lotti. Un terreno è considerato edificato se vengono compiuti lavori a scopo edificatorio con specifico riferimento a reti stradali, illuminazione, predisposizione all’allaccio alla rete fognaria e idrica, rete telefonica, opere che consentono all’insediamento di avere soddisfatte le necessità primarie. Se la lottizzazione non è conforme agli strumenti urbanistici, Piano Regolatore Generale (PRG) e Piano Territoriale Regionale (PTR), questa si definisce abusiva (articolo 30, 44, lett. c), Dpr. n.380/2001).
  • PLUSVALENZA IMMOBILIARE, corrispettivo che si ricava dalla cessione di un fondo, sul quale viene compiuta l’attività di lottizzazione.

Si tratta cioè del guadagno ottenuto dalla differenza tra l’operazione di acquisto del terreno, a cui vanno aggiunti i costi inerenti deducibili correttamente documentati, e quanto ricavato dalla successiva cessione a terzi dell’immobile. Le plusvalenze immobiliari, sono assoggettate ad un particolare regime di tassazione previsto per le persone fisiche, che l’articolo 67, comma 1, lettera a), Dpr. n.917/1986 (TUIR), definisce redditi diversi.

Si tratta di un illecito fiscale che richiede una particolare preparazione tecnico- giuridica, pertanto occorre integrare nelle attività di accertamento l’opera degli uffici accertatori con gli addetti al tributo IMU e degli uffici tecnici edilizi.

Base imponibile sul quale rilevare l’illecito è il “valore venale in comune commercio” dell’area fabbricabile, un dato che è possibile acquisire dall’ufficio IMU. L’accertamento comporta anche la rettifica della base imponibile dichiarata dalle parti nell’atto di compravendita, con applicazioni delle maggiori imposte di registro, ipotecarie e catastali sul differenziale di valore.

Gli elementi acquisiti vanno confrontati con quanto presente relativamente all’area fabbricabile, nei portali:

  • SISTER (Sistema di Interscambio Territorio), Informazioni Soggetto – Registri Immobiliari.
  • SIATEL PUNTOFISCO Informazioni Soggetto – Dichiarazioni Fiscali.

Questa tipologia di segnalazione qualificata, rileva due possibili fattispecie d’illecito fiscale, quella relativa all’aumento della base imponibile, sulla quale applicare la tassazione prevista e la rettifica del valore dichiarato dalle parti, nell’atto di compravendita del fondo, con conseguente applicazione, delle sanzioni e delle maggiori imposte di registro, ipotecarie e catastali, sulla differenza di valore denunciato.

B) Professionista o imprenditore che ha partecipato ad operazioni di abusivismo edilizio, con riferimento a fabbricati e insediamenti non autorizzati di tipo residenziale o industriale. Questa tipologia di segnalazione è ancora suddivisa per competenza in due ulteriori categorie:

  1. professionisti che hanno partecipato ad operazioni di abusivismo edilizio, di competenza dell’Agenzia delle Entrate;
  2. imprenditori che hanno partecipato ad operazioni di abusivismo edilizio, di competenza della Guardia di Finanza.

Si definisce illecito urbanistico, l’atto o il fatto commesso in violazione di norme di diritto urbanistico che può comportare l’applicazione, anche congiunta, di sanzioni amministrative, civili, fiscali e penali.

Quando viene riscontrato l’illecito urbanistico, occorre con finalità di segnalazione qualificata, individuare i soggetti responsabili dell’abuso, tanto ai fini dell’applicazione delle sanzioni penali e amministrative.

L’articolo 29, T.U. n.380/2001, individua tra i responsabili, a diverso titolo il titolare del permesso di costruire, il committente, il costruttore e il direttore dei lavori.

La giurisprudenza ha esteso le responsabilità, alla qualità di esecutore dei lavori, non soltanto al costruttore delle opere principali, ma anche ad esempio all’artigiano, cioè a colui che si limiti a svolgere lavori di completamento dell’immobile (es. pavimentazione, intonacatura ed infissi), sempre che sia ravvisabile un profilo di colpa, cioè la conoscenza del carattere abusivo dei lavori.

La necessità di identificare i soggetti professionisti o imprenditori, coinvolti nell’esecuzione dell’opera abusiva, è collegata alla presunzione che gli stessi molto verosimilmente non provvederanno a denunciare fiscalmente i redditi prodotti dalla collaborazione professionale.

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PERCHE’?

Come tutti gli anni arriva il Comunicato del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali del Ministero dell’Interno che pubblica l’elenco dei comuni italiani ai quali sono giunti i contributi per la partecipazione nel contrasto all’evasione fiscale e contributiva.

L’ultimo è del 25 settembre 2020 e ancora una volta scorrendo i dati riportati nel file allegato ( link: https://dait.interno.gov.it/documenti/com250920-all.pdf) confermano il trend degli anni precedenti, segnando un preoccupante calo delle somme riversate ai Comuni.

Nel 2020 si registra una cifra complessiva pari a poco meno di 8 milioni di euro (7.775.238,79), se si pensa che tale cifra soltanto nel 2014 era pari a più di 21 milioni di euro, si comprende immediatamente come diventa particolarmente preoccupante questo fenomeno deflattivo.

Il legislatore da parte sua ha sempre cercato d’incentivare il più possibile la collaborazione istituzionale, a partire dal decreto legge n. 203/2005 in avanti, i premi introdotti per le segnalazioni qualificate dei Comuni che danno luogo ad accertamenti definitivi, sono stati sempre più incrementati, fino a giungere al 100% della somma riscossa a titolo definitivo dall’erario che viene riversata al Comune segnalante.

L’atteggiamento degli enti locali diventa poi paradossale a fronte dei dati sull’evasione fiscale, sempre più allarmanti.

Il MEF nel 2019 ha stimato una cifra che sfugge all’imposizione fiscale pari a circa 96 miliardi di euro, alla quale si aggiungono circa 11 miliardi di euro, relativi alle somme di contribuzione collegate al lavoro sommerso.

Peraltro, per tanti Comuni in costante difficoltà a chiudere i bilanci in pareggio, si tratterebbe di una formidabile opportunità per rivitalizzare le entrate, ma in questo senso si fa molto poco, contando che meno de 5%, dei circa 8.000 comuni italiani, aderisce alla cooperazione fiscale.

Occorre poi tener presente che oltre al vantaggio premiale diretto pari al 100% delle somme segnalate, i Comuni coinvolti beneficiano di ulteriori vantaggi riflessi, rappresentati da:

  • incremento delle entrate da addizionale comunale IRPEF
  • diminuzione dei soggetti che possono fruire, ovvero fruire in misura minore, di prestazioni sociali agevolate, a seguito del maggior reddito accertato, che incide sulla determinazione della capacità reddituale, ai fini ISEE.

Molti amministratori e tecnici comunali in questi anni hanno sicuramente segnalato criticità tecniche, che ho evidenziato nel blog (Cfr. Le criticità dell’attività di cooperazione fiscale – febbraio 2019) ma il mio parere è che il problema principale risiede nella cultura del Paese.

Purtroppo l’evasione fiscale non è ancora vista in Italia come una piaga sociale, come la raccomandazione lavorativa, l’aggiramento delle norme sulla sicurezza sul lavoro, l’ammiccamento per passare avanti nelle liste d’attesa in ospedale e ogni altra furbata italica, apparentemente porta un vantaggio personale, ma in realtà, contribuisce a peggiorare la situazione generale di tutti i cittadini.

La Pubblica Amministrazione con l’imposizione, finanzia in particolare servizi indivisibili, dei quali tutti traggono indistintamente beneficio e quindi l’entrata non corrisposta, fa in modo che non possa essere garantita una borsa di studio ad un bravo studente o un posto letto ad un anziano malato, o ancora, che non vi siano risorse per la manutenzione stradale o per la scuola.

Non rilasciare uno scontrino, una fattura, dichiarare in modo infedele il proprio reddito imponibile, non è una furbata, ma un furto ai danni della collettività.

Le minori disponibilità di spesa per ogni Comune si traducono necessariamente in minori servizi o in aliquote insostenibili sui tributi locali.

Forse una maggiore presa di coscienza collettiva sarebbe auspicabile.

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REGISTRO ANAGRAFE CONDOMINIALE

Tra gli strumenti investigativi che possono essere utilizzati dagli uffici tributi nella ricerca delle situazioni evasive/elusive che riguardano la tassazione immobiliare (IMU/TARI) troviamo la novità legislativa, introdotta dall’articolo 10, Legge n.229/2012 (Modifiche alla disciplina del condominio negli edifici).

In particolare, quella relativa all’obbligo da parte degli amministratori di condominio, di compilare e tenere aggiornato il Registro Anagrafe Condominiale.

In sostanza attraverso l’articolo suddetto si è modificato l’articolo 1130, del Codice Civile, prevedendo che l’amministratore di condominio, ai sensi del comma 6, debba provvedere a raccogliere:

  1. le generalità dei proprietari e titolari di diritti reali e di godimento, (inquilini, usufruttuari, locatari in leasing, assegnatari di diritto d’uso ed abitazione) comprensive di codice fiscale, domicilio e residenza;
  2. i dati catastali di ciascuna unità immobiliare;
  3. ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza delle parti comuni dell’edificio.

Ogni variazione deve essere comunicata in forma scritta all’amministratore di condominio, dai proprietari degli immobili, entro massimo 60 giorni.

L’amministratore nel caso sia venuto a conoscenza di eventuali variazioni intercorse, può inviare una lettera di richiesta al proprietario di adempiere alle comunicazioni circa le variazione intercorse.

In caso d’inerzia, mancanza o incompletezza delle informazioni, l’amministratore può acquisire d’ufficio quanto occorre, provvedendo ad addebitare le spese sostenute ai proprietari dell’immobile oggetto di variazione. 

A questo registro è stata collegata l’attività di controllo dei Comuni in materia di accertamento delle locazioni in nero, infatti l’articolo 1, comma 49, della Legge n. 147/2013 recitava: “All’articolo 3 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n.23, dopo il comma 10 è inserito il seguente: «10-bis. Per assicurare il contrasto dell’evasione fiscale nel settore delle locazioni abitative e l’attuazione di quanto disposto dai commi 8 e 9 sono attribuite ai comuni, in relazione ai contratti di locazione, funzioni di monitoraggio anche previo utilizzo di quanto previsto dall’articolo 1130, primo comma, numero 6), del codice civile in materia di registro di anagrafe condominiale e conseguenti annotazioni delle locazioni esistenti in ambito di edifici condominiali».

Mantenere aggiornata l’anagrafe condominiale, significa predisporre da parte dell’amministratore, un modulo da inviare ai condomini, che devono restituirlo compilato in ogni sua parte, pena l’acquisizione d’ufficio dei dati con addebito dei costi sostenuti al condomino inadempiente.

Rispetto all’effettiva utilità di tale registro esistono alcune criticità, infatti il Garante per la Protezione dei dati personali, con parere n.387 del 23 aprile 2014, ha stabilito che a carico dei condomini, non sussiste alcun obbligo di allegare documentazione a supporto delle informazioni inserite nel questionario e che questo atto, non costituisce una “dichiarazione sostitutiva di atto notorio”(D.P.R. n.445/2000), peraltro non esiste un termine perentorio entro il quale completare la prima stesura del Registro di Anagrafe Condominiale.

L’amministratore non è tenuto ad effettuare costanti attività investigative presso i pubblici registri per mantenere aggiornata l’anagrafe condominiale (Sentenza Tribunale di Roma n. 8310/2019), ma deve  periodicamente richiedere se vi sono state variazioni, in particolare ad ogni rinnovo del mandato o in caso di lavori che prevedano eventuali sgravi fiscali, per effettuare la certificazione telematica all’Agenzia delle Entrate.

L’unica sanzione prevista per l’amministratore inadempiente è quella della revoca giudiziale dell’incarico per irregolarità di gestione, ex articolo 1129, comma 11, Codice Civile.

Tale sanzione può essere adottata in assemblea condominiale, o dal Giudice su istanza dei condomini, anche se, appare alquanto inverosimile che i condomini, tra i quali si annidano proprio gli evasori, possano decidere di allontanare l’amministratore omertoso.

Occorre poi tenere presente che lo stesso articolo 1130 Codice Civile, impone l’obbligo di nomina dell’amministratore di condominio, esclusivamente quando vi è un numero di condomini superiore a otto e che il regolamento condominiale può derogare all’obbligo imposto all’amministratore circa la compilazione del Registro.

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CAMBIA L’ACCERTAMENTO DELL’IMPOSTA DI SOGGIORNO.

Il provvedimento DL. n.34/2020 “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonche’ di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, oltre a stabilire un ristoro economico ai Comuni, a causa del minor gettito relativo all’entrata da imposta di soggiorno, ha previsto sostanziali modifiche alle norme che disciplinano l’entrata locale, tali da imporre una revisione dei regolamenti comunali.

L’imposta di soggiorno, disciplinata dall’articolo 4, Dlgs. n.23/2011, ha attribuito ai Comuni capoluogo di provincia, alle unioni di comuni e di quelli inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte, la possibilità di applicare una tassazione sui flussi turistici.

Il presupposto impositivo e l’importo dell’entrata, sono indicati all’articolo 4, comma 1, Dlgs. n.23/2011 che recita: “…… a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio, da applicare, secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a 5 euro per notte di soggiorno”.

II soggetto passivo è l’ospite delle strutture ricettive interessate, quali le strutture alberghiere e extralberghiere, individuate dalle locali leggi regionali sull’accoglienza turistica.

L’accertamento degli illeciti collegati a quest’imposta, segue la disciplina dell’articolo 1, comma 161 e 162, Legge n.296/2006, intimamente collegato alla normativa circa l’obbligo di comunicazione delle persone alloggiate, disciplinato dall’articolo 109 TULLPS, e articoli 193 e 292, del Regolamento di esecuzione e alle disposizioni del D.M. 7 gennaio 2013.

In particolare è previsto l’obbligo di denunciare le persone alloggiate attraverso una comunicazione telematica sul “Portale Alloggiati” della Polizia di Stato.

Tale onere dal 2018 è divenuto obbligatorio anche per i locatori e sublocatori di immobili adibiti a locazione breve (contratti di durata inferiore a 30 giorni).

Con le recenti modifiche introdotte dall’articolo 180, DL n.34/2019, assume particolare rilevanza la decadenza della relazione funzionale con l’ente pubblico, precedentemente prevista per il gestore della struttura ricettiva.

A seguito di tale relazione infatti era prevista l’assunzione delle funzioni tipiche del soggetto incaricato di pubblico servizio che, facevano ricadere questi soggetti tra la figura giuridica dell’ “agente contabile dell’amministrazione” (articolo 178, lettera e), R.D. n.827/1924).

Infatti, l’articolo 180, DL n.34/2020, introducendo il comma 1-ter, all’articolo 4, DL. n.23/2011, ha modificato tale figura giuridica inquadrandolo, come già era stato stabilito per i gestori degli immobili in locazione breve (Articolo 4, comma 5-ter DL. n.50/2017), come “responsabile del pagamento dell’imposta di soggiorno ……….. con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, della presentazione della dichiarazione, nonché degli ulteriori adempimenti previsti dalla legge e dal regolamento comunale “.

In ordine alla sussistenza o meno del reato di peculato contestato agli albergatori in epoca antecedente alle modifiche del DL n.34/2020, è intervenuta la sentenza numero 30227/2020, della Corte di Cassazione.

Con questa sentenza, la Suprema Corte ha chiarito che permane la penale responsabilità per il reato di peculato se la condotta posta in essere dall’imputato, risale ad epoca antecedente l’entrata in vigore del DL. n.34/2020.

Questo perché la Corte di legittimità, ha ritenuto che la novella legislativa del 2020, nel modificare la posizione giuridica e i connessi obblighi del gestore delle strutture ricettive, determina una successione temporale di norme extrapenali che non incidono retroattivamente sulla rilevanza penale del fatto.

Viceversa, per le condotte poste in essere successivamente all’articolo 180, il fatto non assume più il disvalore penale sussumibile nel reato di peculato.

Occorre però sottolineare che una recentissima sentenza dell aCorte dei conti, Sezione giurisdizionale per la Regione Lombardia, n.38/2021, che ha preso le distanze da precedenti pronunciamenti, escludendo il reato di peculato.

La decisione è motivata dalla non configurazione del «maneggio di denaro pubblico», pertanto non considerando più i gestori delle strutture ricettive agenti contabili, e pertanto ritenendo di non potere più imputare loro, alcuna condotta di omesso versamento di denaro pubblico, ma soltanto l’inadempimento di un obbligo tributario.

Il gestore quindi è ora tenuto a presentare la dichiarazione cumulativa relativa agli incassi da imposta di soggiorno esclusivamente in via telematica entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si è verificato il presupposto impositivo.

Lo stesso articolo 180, prevede la nuova fattispecie sanzionatoria.

  • Sanzione dal 100-200% dell’importo dovuto per l’omessa o infedele presentazione della dichiarazione annuale;
  • Sanzione amministrativa prevista dall’articolo 13, Dlgs. n.471/1997 per omesso, ritardato o parziale versamento dell’imposta di soggiorno.

A mio parere, la conseguenza della configurazione della figura giuridica del gestore, fa scomparire la perseguibilità d’ufficio di tali soggetti rispetto alla fattispecie penale del peculato (articolo 314 cp), in quanto non sono più agenti contabili ma sussiste comunque la possibilità da parte dell’ente impositore, di procedere penalmente, nei suoi confronti.

Nella fattispecie, il gestore che omette, ritarda o versa parzialmente l’importo relativo all’imposta di soggiorno, potrà essere perseguito per il reato di appropriazione indebita, ai sensi dell’articolo 646 cp, che a differenza del peculato è procedibile a querela di parte (Amministrazione locale).

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IL REDDITOMETRO

Tra gli strumenti maggiormente controversi, utilizzati nella determinazione della capacità contributiva del contribuente attraverso il reddito imponibile presunto, è il c.d. Redditometro, disciplinato nella categoria dell’accertamento sintetico delle persone fisiche, dall’articolo 38, Dpr. n.600/1973.

Si tratta di uno strumento di calcolo già utilizzato in passato, prendendo a riferimento tabelle allegate al Decreto del MEF del 10 settembre 1992, che contenevano una serie d’indicatori, che qualificavano una buona capacità contributiva del contribuente facendo riferimento prevalentemente a beni considerati “di lusso”.

Poi dal periodo d’imposta 2009, l’articolo 22, comma 1, D.L. n.78/2010, intervenendo sull’articolo 38, Dpr. n.600/1973, ha disposto, una revisione dello strumento redditometrico, aggiornando tali parametri, ridefiniti “elementi indicativi di capacità contributiva”, ed adeguandoli ai nuovi stili di vita e standard di spesa.

In particolare è stato specificato come, ai fini della determinazione sintetica del reddito delle persone fisiche, si presume che, quanto viene speso nel periodo d’imposta sia stato finanziato con redditi posseduti nel periodo medesimo.

A tale presunzione si affianca, con pari efficacia, quella basata sul contenuto induttivo di questi elementi indicativi di capacità contributiva.

L’accertamento redditometrico, pur rientrando nella macro categoria dell’accertamento sintetico, si basa sulla disponibilità di specifici beni indice, a prescindere dalla proprietà degli stessi.

In particolare l’attuale redditometro, è stato introdotto dal Decreto Ministeriale del 24 Dicembre 2012 e attuato dalla Circolare dell’Agenzia delle Entrate n.24/E/2013.

Si tratta di un ricercato software, a supporto dell’accertamento fiscale, in grado di fornire una fotografia fiscale della situazione del contribuente, particolarmente incisiva.

Tale strumento informatico è in grado di connettere ben 128 banche dati diverse, analizzando fiscalmente tre tipologie di categorie.

  1. CONSUMI: alimentari, beni di consumo, abitazione, trasporti, sanità, tempo libero e istruzione.
  2. INVESTIMENTI: acquisto d’immobili, beni mobili o titoli, il cui valore può essere abbattuto valutando il ricorso a finanziamenti o mutui.
  3. RISPARMI: saldo presente nei conti corrente bancari o postali di cui è titolare il soggetto controllato.

Lo strumento tende a misurare la spesa complessiva ed effettiva del contribuente, ponendo tale valore in relazione a quanto fiscalmente dichiarato e confrontando le maggiori somme accertate con cinquantacinque griglie sociologiche di riferimento.

Tali gruppi omogenei di contribuenti, sono suddivisi in undici famiglie-tipo, che sono state classificate attraverso:

  1. tre categorie anagrafiche (< a 35 anni – tra 35 e 64 anni e > a 65 anni);
  2. tre tipologie di nucleo familiare (solo/a, coppia, coppia da 1 a 3 o più figli);
  3. cinque aree geografiche di domicilio fiscale (Centro, Isole, Nord –Est, Nord – Ovest e Sud).

Se dal confronto si rileva uno scostamento di almeno il 20% tra reddito presunto e dichiarato, sono attivati ulteriori accertamenti e avviata la prima fase di contraddittorio d’imposta, al fine di chiarire le cause dello scostamento.

Infatti l’articolo 22, D.L. n.78/2010, ha introdotto nell’accertamento redditometrico, l’obbligo del contraddittorio preventivo tra Fisco e cittadino, prima della notifica dell’avviso di accertamento, affinché le ipotesi formulate, trovino concreto riscontro nella realtà economica del contribuente.

Ciò avviene perché i rilievi dell’amministrazione finanziaria non sono idonei di per sè a fondare una “presunzione assoluta” di colpevolezza del contribuente, che quindi ha la possibilità di difendersi e di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che le spese sostenute nel periodo d’imposta sono giustificate.

E’ possibile giustificare le maggiori spese, in quanto finanziate con redditi:

  1. non appartenenti al periodo d’imposta contestato,
  2. esenti,
  3. con ritenuta alla fonte,
  4. ricavati da disinvestimenti patrimoniali,
  5. provenienti da finanziamenti di terzi
  6. provenienti da lasciti ereditari o vincite.

Oppure il contribuente potrebbe eccepire di non avere piena disponibilità dei beni, ad esempio in caso d’immobile inagibile o veicolo sottoposto a sequestro.

Tra gli elementi di spesa da giustificare, possiamo distinguere tra:

  1. spese certe, per le quali il contribuente può dimostrare con prove certe e dirette l’errata imputazione delle stesse o l’inesattezza delle informazioni in possesso dell’Amministrazione;
  2. spese per elementi certi, per le quali il contribuente potrà dare evidenza di fatti, situazioni e circostanze, supportate anche indirettamente da documentazione da cui si possa riscontrare l’inesattezza relativa alla ricostruzione della spesa, o la diversa imputazione della stessa), le spese per investimenti sostenute nell’anno, nonché le informazioni relative alla quantificazione della quota di risparmio formatasi nell’anno.
  3. spese determinabili induttivamente sulla base di valori medi rilevati dai dati dell’ISTAT per le quali il contribuente potrà utilizzare evidenze ed argomentazioni logiche a sostegno di una sua diversa rappresentazione della situazione di fatto.

Il nuovo aggiornamento del redditometro, può essere utilizzato a partire dalle dichiarazioni fiscali del 2011, ed attraverso il Decreto MEF del 24 Dicembre 2012 si è ridefinito il contenuto induttivo degli elementi indicativi di capacità contributiva, sulla base del quale può essere fondata la determinazione sintetica del reddito complessivo delle persone fisiche.

L’elemento indicativo di capacità contributiva corrisponde alla spesa sostenuta dal contribuente per l’acquisizione di beni e servizi e per il loro relativo mantenimento.

Questi 100 elementi sono suddivisi in undici macro categorie (consumi, abitazione, combustibili ed energia, mobili, elettrodomestici e servizi per la casa, trasporti, comunicazione, istruzione, tempo libero, altri beni e servizi, investimenti e sanità) e sono tutti elencati nella tabella A, allegata al decreto ministeriale.

Il redditometro è stato messo in stand-by dal D.L. n.87/2018, che ha abolito i criteri di determinazione fissati dal D.M. 16 settembre 2015, pertanto occorrerà entro il 2022, fissare con un nuovo provvedimento ministeriale, nuovi elementi indicativi di capacità contributiva idonei a fondare la determinazione sintetica del reddito imponibile.

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BANCHE DATI ANTI EVASIONE

Banche dati
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Il possesso di una quantità adeguata di accessi alle informazioni presenti nelle banche dati comunali, ma soprattutto la possibilità di accedere a quelle esterne alla municipalità, costituisce l’indispensabile valore aggiunto che un ufficio anti evasione deve possedere.

Analizzando in ordine cronologico la disciplina d’accesso ai dati rilevanti, osserviamo che già l’articolo 44, comma 5, DPR. n.600/1973, così come modificato dal D.L. n.16/2012, consentiva alle amministrazioni comunali, per le finalità di accertamento fiscale di richiedere dati e notizie alle amministrazioni ed enti pubblici che avevano obbligo giuridico di rispondere gratuitamente.

Poi l’articolo 25, Legge n.340/2000, garantiva la possibilità dell’interoperabilità informatica gratuita dei dati detenuti dalle amministrazioni pubbliche e analogo concetto era ripreso dall’articolo 43, comma 4, Testo Unico sulla documentazione amministrativa (Dpr. n.445/2000), poi sostituito dal contenuto dell’articolo 50, comma 2, Dlgs. n.82/2005 .

Il successivo articolo 58, comma 2 sempre del Codice dell’Amministrazione Digitale, disponeva, sempre che senza oneri a carico dei Comuni, occorreva mettere nella disponibilità di altri enti, i dati dei quali disponevano le Amministrazioni, per la verifica del contenuto delle dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà.

Sulla base delle raccomandazioni contenute nella Legge delega n.42/2009 sul Federalismo Fiscale, circa l’integrazione dei dati tra pubbliche amministrazioni, che per finalità di contrasto all’evasione fiscale, l’articolo 19, comma 4, D.L. n.78/2010, in tema di accertamenti catastali, consentiva ai Comuni di accedere gratuitamente all’Anagrafe Immobiliare Integrata (c.d. SISTER).

L’articolo 2, comma 10, lettera c) e d), Dlgs. n.23/2011, estendeva poi ai Comuni, l’accesso a qualsiasi dato rilevante per il controllo dell’evasione erariale e locale in materia d’imposizione immobiliare.

Si evidenzia però che, nonostante tutte le norme di legge anzidette rafforzate dai pareri concordi da parte del Garante della protezione dei dati personali, prevedono la possibilità per gli operatori degli enti locali, di potere accedere ai fini dell’accertamento dei fenomeni evasivi/elusivi a ogni dato utile, l’accesso è ancora attualmente consentito con estrema difficoltà e impropriamente sottoposto al versamento di un corrispettivo economico da parte degli enti locali alle amministrazioni che detengono il dato (vedi INPS, ACI/PRA/TELEMACO, etc..).

A seguire si elencano le banche dati interne ed esterne all’amministrazione comunale, che contengono informazioni rilevanti dal punto di vista tributario, fiscale e contributivo, con una sintetica esplicitazione dei dati che è possibile analizzare.

SISTEMI INFORMATIVI INTERNI

Ufficio tributi

a) TARI:

  • soggetti passivi,
  • superfici occupate,
  • tipologia di destinazione d’uso,
  • numero degli occupanti l’immobile o area.

b) IMU:

  • soggetti passivi,
  • consistenza immobiliare,
  • identificativi catastali
  • rendita catastale.

c) TOSAP/COSAP:

– soggetti passivi,

  • natura e durata dell’occupazione,
  • superficie occupata.

d) I.C.P./C.I.M.P.:

– soggetti passivi,

  • tipologia dell’iniziativa pubblicitaria
  • dimensione dei mezzi pubblicitari.

e) DIRITTI SULLE PUBBLICHE AFFISSIONI:

  • soggetti passivi,
  • messaggio diffuso,
  • quantità e tipologia di materiale cartaceo.

f) IMPOSTA DI SOGGIORNO:

– gestori delle attività ricettive

– numero dei pernottamenti

– somme versate a titolo d’imposta

Ufficio commercio

a) SUAP (autorizzazioni, comunicazioni, licenze Tullps, SCIA):

  • soggetto titolare
  • tipologia d’attività esercitata
  • dati relativi alla licenza di somministrazione alimenti e bevande.

Polizia Locale

a) VIOLAZIONI AL CODICE DELLA STRADA:

– trasgressore e obbligato in solido

  • tipologia di violazione
  • località dove è avvenuta la violazione
  • reali utilizzatori di veicoli.

b) VIOLAZIONI AI REGOLAMENTI COMUNALI:

– trasgressore o l’obbligato in solido

  • tipologia di violazione
  • località nella quale è avvenuta la violazione

c) SOPRALLUOGHI IN MATERIA DI VIGILANZA EDILIZIA E DI COMMERCIO.

d) COMUNICAZIONI DI CESSIONE FABBRICATO, ai sensi del D.L. n. 59/1978, convertito in Legge n. 191/1978 e Dlgs. n.286/98, prevista a carico del Sindaco (Autorità di P.S.) nei Comuni dove è assente un Commissariato della Polizia di Stato.

  • soggetti titolari del diritto reale
  • soggetti che occupano l’immobile
  • titolo di occupazione (locazione anche breve, alienazione o concessione a titolo gratuito dell’immobile).

e) VIDEOSORVEGLIANZA E ZTL

  • passaggio di veicoli con targa straniera, condotti da cittadini italiani iscritti AIRE
  • passaggio di veicoli sottoposti a fermo fiscale o pignoramento.

f) NOTIFICHE

  • dati e informazioni contenute nelle relazioni di notifica (titolare, familiari, conviventi, etc..)

Ufficio Funerali

a) POLIZIA MORTUARIA

– autorizzazioni per seppellimento, cremazione, esumazione, estumulazione (DPR. n. 285/1990)

Ufficio Edilizia privata

a) Richieste dei permessi a costruire, D.I.A., condoni edilizi e concessioni demaniali.

Ufficio Urbanistica

  1. a) PIANO REGOLATORE GENERALE
  2. b) PIANI DI LOTTIZZAZIONE.

Ufficio Scuola e tempo libero

a) ISCRIZIONI A SCUOLE MATERNE E ELEMENTARI,

b) ABBONAMENTI COMUNALI:

    • – teatro cittadino
    • – circoli sportivi
    • – circoli ricreativi e sociali
    • – biblioteche.

Ufficio Edilizia Popolare

a) ASSEGNATARI D’IMMOBILE A EDILIZIA POPOLARE

Ufficio Assistenza

a) EROGAZIONE DI ASSISTENZA SOCIALE E CONTRIBUTI ECONOMICI

– buoni libro

– contributo affitti

– assegni familiari

Ufficio Anagrafe

a) ANPR

– residenza italiana o AIRE

– composizione nucleo familiare

b) CARTE D’IDENTITÀ

– effige del contribuente, utile nei casi di soggetti irreperibili o con residenza fittizia.

SISTEMI INFORMATIVI ESTERNI

PORTALE PER I COMUNI.

a) Modello unico informatico – riunisce tutte le informazioni necessarie alla registrazione, trascrizione e voltura nei registri immobiliari, e alla voltura catastale.

b) Modello DOCFA (Documenti Catasto Fabbricati) – procedura informatica per la compilazione delle domande di accatastamento e delle denunce di variazione catastale.

c) Provvedimento del 16 Giugno 2008 Agenzia del Territorio – note telematiche che si riferiscono alla trascrizione di atti, che modificano la titolarità dei diritti reali su beni immobili, non oggetto di trascrizione in Catasto, c.d. immobili fantasma.

SISTER

a) Catasto – immobili registrati

b) Registri Immobiliari – contenuto degli atti attinenti agli immobili (compravendita, successione, donazione, etc.)

SIATEL PUNTO FISCO

Sistema di Interscambio Anagrafe Tributaria, attraverso il quale, è possibile visualizzare i dati delle

  • dichiarazioni dei redditi,
  • modello IVA e IRAP,
  • redditi percepiti,
  • modello 770/S (ritenute e contributi versati ai lavoratori dipendenti)
  • bonifici per lavori di riqualificazione energetica
  • contratti energia elettrica, gas, idrici
  • contratti di locazione
  • atti di successione
  • atti oggetto di registrazione
  • studi di settore.

La Legge 11 settembre 2020, n. 120, di conversione con modifiche del DL. n.76/2020 (c.d. Decreto Semplificazioni), ha introdotto l’articolo 17-bis, “Accesso ai dati e alle informazioni di cui all’articolo 7, sesto comma, del decreto del DPR 29 settembre 1973, n. 605”, che ha assicurato, ai fini di un rafforzamento della riscossione degli enti locali, la possibilità di accedere ai dati e alle informazioni presenti in Anagrafe Tributaria concernenti i rapporti bancari, postali, con intermediari finanziari o d’investimento.

TELEMACO – INFOCAMERE

a) Banca dati delle Camere di Commercio nazionali, è possibile rilevare i dati contenuti nel Registro delle Imprese

INPS

a) Estratto Conto contributivo, attraverso il quale è possibile rilevare il versamento dei contributi da lavoro dipendente e d’impresa individuale.

b) Dichiarazioni ISEE.

ACI PRA/DTT

a) Banche dati degli atti registrati, relativi al possesso dei veicoli, roulotte e caravan.

Per combattere la battaglia contro l’evasione fiscale e contributiva, è possibile poi fare ulteriore ricorso alle numerose fonti aperte, c.d. OSINT (Open Source Intelligence) disponibili nel web (vedi blog Utilizzo investigativo di internet e mass media).

Vista la grossa mole di dati disponibili è necessario disporre di strumenti informatici di data analysis ed integrazione che rendano le diverse banche dati interoperabili tra loro.

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ANAGRAFE NAZIONALE DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE

ANPR

L’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) è stata introdotta dall’articolo 62, comma 2-bis, del Codice dell’Amministrazione Digitale (Dlgs n. 82/2005).

Lo scopo era quello di creare un registro anagrafico centrale, nella disponibilità del Ministero dell’Interno, che andrà a sostituire a regime, le due banche dati di stato civile dei Comuni:

  • Indice nazionale delle Anagrafi (INA)
  • Anagrafe della popolazione italiana residente all’estero (AIRE).

La parte attuativa della riforma è stata disciplinata dal DpCm n.194/2014, che ha stabilito i requisiti di sicurezza, le funzionalità per la gestione degli adempimenti di natura anagrafica, le modalità d’integrazione con i diversi sistemi gestionali dei Comuni.

Il progetto di riforma nasce per rendere più efficienti i servizi, riducendone i costi, e agevolando il lavoro della PA, perchè ANPR non è soltanto una banca dati, ma un sistema integrato che consentirà ai Comuni oltre che di svolgere i propri servizi anagrafici, di consultare, estrarre dati, monitorare le attività e effettuare statistiche.

L’ANPR contiene tutti i dati di stato civile appartenenti al cittadino ed alla sua famiglia anagrafica e la possibilità di fruire dei dati contenuti è disciplinata dall’articolo 5, commi 1 e 3, Dpcm. n. 194/2015, e dai relativi Allegati C), riguardante le misure di sicurezza e D) relativo ai servizi che ANPR assicura ai soggetti che accedono.

Per utilizzare l’ANPR è possibile scegliere tra due modalità.

  1. Sito web di ANPR, che permette al Comune di svolgere gratuitamente tutte le funzioni anagrafiche, consentendo di mantenere allineata una banca dati locale per l’espletamento di altre funzionalità (gestione tributi, elettorale, etc.). Sono contenute nella pagina web istituzionale, funzionalità che consentono:
  • il subentro di ANPR;
  • le registrazioni anagrafiche (iscrizioni, mutazioni, cancellazioni);
  • l’emissione della carta d’identità cartacea;
  • le certificazioni anagrafiche;
  • le consultazioni della base dati e l’invio delle richieste di estrazione dati di ANPR, sulla base di specifici criteri di ricerca.
  1. Modificare il proprio sistema gestionale per fare in modo che possa interfacciarsi con ANPR (Web Services – WS), un’opzione che consente al Comune di continuare a lavorare con il proprio sistema gestionale, consentono l’aggiornamento di ANPR in tempo reale. I WS previsti, da integrare nei sistemi gestionali, consentono:
  • il subentro di ANPR;
  • le registrazioni anagrafiche (iscrizioni, mutazioni, cancellazioni);
  • la consultazione dei dati registrati in ANPR per emettere la carta di identità cartacea e comunicare ad ANPR gli estremi del documento;
  • le certificazioni anagrafiche;
  • le consultazioni della base dati e l’invio delle richieste di estrazione dati di ANPR, sulla base di specifici criteri di ricerca
  • L’aggiornamento automatico delle variazioni anche delle basi dati locali effettuata da ANPR.

Sono ammesse, anche modalità miste, cioè il Comune può scegliere di operare utilizzando il proprio sistema gestionale, riservandosi di effettuare alcune operazioni in Web Application.

Con il Comunicato 29 gennaio 2020, pubblicato sul sito istituzionale del Ministero dell’Interno, Dipartimento Affari interni e territoriali, sono state rese note le modalità di accesso ai dati dei Comuni che sono già transitati in ANPR.

Infatti è previsto un subentro graduale alle anagrafi comunali in ANPR, allo stato attuale la realizzazione è arrivata al completamento di più del 50% con 6.600 comuni italiani che sono già subentrati.

L’obiettivo era di completare la migrazione entro il 2020, ma con riferimento ad ANPR – Supporto ai Comuni per il subentro” – Asse 1 (FSE), Obiettivo specifico 1.3, Azione 1.3.1 del PON “Governance e capacità istituzionale” 2014-2020, è stato prorogato con decreto ministeriale al 31 dicembre 2021.

Per conoscenza si allega il link relativo allo schema di accordo sull’interscambio dei dati del Garante della Privacy di giugno 2020.

https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9445130

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STRUMENTI ALTERNATIVI ALL’IMPOSIZIONE TRIBUTARIA LOCALE

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Con l’entrata in vigore del D.lgs. n.23/2011 (Decreto sul Federalismo Fiscale Municipale), ed in particolare con l’articolo 11, comma 2, lettera f), che faceva riferimento all’imposta municipale secondaria, s’introduceva la possibilità, con l’adozione del regolamento comunale, di utilizzare uno strumento alternativo per ridurre o estinguere le somme a iscritte a debito.

L’articolo in questione, poi abrogato dalla Legge n.208/2015, introduceva il baratto amministrativo, cioè la possibilità appunto di barattare, in cambio delle somme dovute al Comune, realizzando specifiche attività a carattere sociale.

L’articolo 24 del Decreto Sblocca Italia (D.L. n. 133/2014), coordinato con la Legge di conversione n.164/2014, sottolineava l’utilizzo di tale facoltà in tema di tributi locali.

I Comuni potevano quindi autonomamente definire, in relazione ad un determinato ambito di territorio, criteri e condizioni, per ridurre o estinguere quote relative ai tributi locali, attraverso la realizzazione, da parte dei cittadini, anche in forma associata, di interventi di decoro urbano e valorizzazione del territorio.

Alcuni Comuni avevano accolto di buon grado quest’innovativa possibilità, legando la concessione di accesso al baratto amministrativo alla presentazione di una certa soglia di valore ISEE o alla presenza di situazioni di disagio economico (disoccupazione o cassa integrazione guadagni al minimo).

Il baratto amministrativo, assolveva due funzioni: una di tipo economico e una di tipo solidaristico, in particolare andava incontro alle esigenze dei contribuenti, che in piena crisi economica non riuscivano a far fronte alle incombenze tributarie, espressione della sussidiarietà orizzontale, cui fa riferimento l’articolo 118 della Costituzione e dall’altro, cercava di trovare una soluzione all’esigenza dei Comuni, di far fronte, all’attività di manutenzione del territorio, minata dal blocco delle assunzioni e dai tagli finanziari operati dalle leggi di Bilancio.

Le attività che potevano essere erogate dai cittadini, erano inerenti la pulizia, manutenzione delle aree verdi, piazze o strade, per un periodo di tempo limitato e soltanto per alcuni specifici tributi individuati dal regolamento comunale.

L’ultima parte dell’articolo 24, D.L. n. 133/2014, specificava che le attività fornite, potevano riguardare anche interventi di riqualificazione e recupero del territorio con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, concesse in via prioritaria, alle comunità di cittadini costituite in forme associata, giuridicamente riconosciute.

Su questo strumento, interveniva una nota dell’IFEL del 16 ottobre 2015, e venivano sollevati alcuni dubbi dalla Corte dei Conti, sezione regionale Lombardia, con parere 225/2016, statuendo che non si possa applicare sui debiti pregressi confluiti nella massa dei residui attivi accertati dall’Ente locale, escludendo l’effettuazione di interventi non rientranti nella programmazione del Comune.

La Corte dei Conti, sezione Emilia Romagna con delibera del 23 marzo 2016, n. 27, ed i magistrati contabili della sezione regionale Veneto, escludevano poi l’agevolazione connessa al baratto amministrativo per le imprese, perché aggirante le regole d’evidenza pubblica.

Recentemente la Sezione Autonomie della Corte dei Conti con deliberazione n. 2/2020, ha stabilito che il baratto amministrativo poteva essere applicato alle sole ipotesi di riduzione e/o estinzione dei debiti di natura tributaria.

La precedente impostazione giuridica del baratto amministrativo, andava modificandosi con l’entrata in vigore del Codice dei contratti pubblici, Dlgs. n.50/2016, che con l’articolo 190, introduceva ulteriori differenze rispetto allo strumento, volte ad ampliare l’ambito di operatività, sostituendolo con il c.d. Partenariato sociale.

In particolare, nella nuova disciplina introdotta dal Codice dei Contratti pubblici:

a) scompare la priorità in favore delle associazioni, rispetto ai cittadini considerati singolarmente;
b) non vi è più il limite posto all’esenzione tributaria per un periodo limitato e definito;
c) non si fa più riferimento esclusivo all’inerenza dei tributi rispetto al tipo di attività svolte, ma “corrispondenti” al tipo di attività svolta, ovvero, in alternativa, “comunque
utili alla comunità di riferimento in un’ottica di recupero del valore sociale della partecipazione dei cittadini alla stessa”.

Il partenariato sociale è subordinato all’iniziativa discrezionale degli Enti territoriali che “possono definire, con apposita delibera….i criteri e le condizioni per la realizzazione di contratti di partenariato sociale”.

Spetta sempre agli enti territoriali individuare, “in relazione alla tipologia degli interventi…. le riduzioni o esenzioni di tributi”, tali interventi analogamente al precedente istituto, riguardano la pulizia, manutenzione, abbellimento di aree verdi, piazze o strade, ovvero la loro valorizzazione mediante iniziative culturali di vario genere, interventi di decoro urbano, di recupero e riuso con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati.

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L’ESPROPRIAZIONE FORZATA.

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Gli articoli 49 e 50, Dlgs. n.602/1973, prevedono che, trascorsi inutilmente 60 giorni dalla notifica degli atti esecutivi di contestazione del debito, si può dare corso alle attività di c.d. espropriazione forzata. Si tratta di un’attività coattiva del concessionario della riscossione, a tutela del credito, che interessa beni mobili, immobili o crediti presso terzi, Tali misure si suddividono in:

PROCEDURE CAUTELARI E CONSERVATIVE, si tratta di attività propedeutiche alla vera e propria la successiva procedura esecutiva.

  • Iscrizione d’ipoteca immobiliare, disciplinata dagli articoli 76 e 77, Dpr. n.602/1973, che consentono di iscrivere un’ipoteca pari a un importo doppio rispetto al debito complessivo, a carico di immobili (fabbricati e/o terreni) di proprietà del debitore e/o degli obbligati in solido, dei diritti reali e delle relative rendite fondiarie. Ricorre l’obbligo, d’iscrivere l’ipoteca immobiliare, prima di procedere all’espropriazione, se l’importo complessivo del debito, per cui si procede non supera il 5% del valore dell’immobile. È possibile adottare l’iscrizione d’ipoteca, soltanto quando l’importo del debito iscritto a titolo esecutivo, è superiore a 20.000 euro. Prima dell’iscrizione si è tenuti a notificare, al proprietario dell’immobile, una comunicazione preventiva nella quale si intima il pagamento del debito entro 30 giorni dalla notifica. Decorsi sei mesi dall’iscrizione dell’ipoteca, senza che il debito sia stato estinto, il concessionario della riscossione è legittimato a procedere all’espropriazione immobiliare
  • Iscrizione di fermo amministrativo di beni mobili registrati, disciplinata dall’articolo 86, comma 3, Dpr. n.602/1973, che consente d’iscrivere il fermo a carico di beni mobili sottoposti per legge a registrazione (autoveicoli, motoveicoli, rimorchi, roulotte, autoscafi o aeromobili), di proprietà del debitore o dell’obbligato in solido. È possibile iscrivere il fermo amministrativo del bene mobile registrato, decorsi 30 giorni dalla notificazione della comunicazione preventiva, contenente il preavviso all’iscrizione del fermo fiscale, senza successive comunicazioni. Dall’iscrizione nei pubblici registri, al veicolo è interdetta la circolazione stradale ed in caso di inottemperanza, si applica la violazione prevista dall’articolo 86, comma 3, Dpr. n.602/1973 (articolo 214, comma 8 del Codice della Strada). In particolare, è possibile contestare esclusivamente la sanzione pecuniaria senza operare il sequestro finalizzato alla confisca, previsto dall’articolo 213, Dlgs. n.285/92 (Circolare del Ministero dell’Interno, Protocollo n. M/6326150-21 del 25 gennaio 2008).

PROCEDURE ESPROPRIATIVE, disciplinate dagli articoli 491 e ss. codice civile, dalle disposizioni del Libro III, Titolo II, codice di procedura civile e dagli articoli 45 e ss. Dpr. n.602/1973. Tutte le attività devono essere eseguite a mezzo ufficiale giudiziario o dagli agenti della riscossione, che ricoprono per legge le medesime funzioni. Tali attività sono:

  • Pignoramento dei beni, di proprietà del soggetto debitore, ai sensi dell’articolo 513, comma 1, cpc “l’ufficiale giudiziario munito del titolo esecutivo, può ricercare le cose da pignorare nella casa del debitore e negli altri luoghi a lui appartenenti…”. Il pignoramento ha per oggetto beni mobili, denaro e titoli di credito, secondo l’articolo 518 cpc, al soggetto al quale sono pignorati i beni, deve essere consegnata una copia del relativo processo verbale, nei quali è dato conto dell’atto esecutivo e sono descritte le cose pignorate. Il pignoramento non può essere eseguito nei giorni festivi, né fuori degli orari indicati anche per la notificazione degli atti (articolo 147 cpc), salvo autorizzazione dell’A.G. competente. L’articolo 514 cpc prevede il divieto assoluto di pignorabilità di beni impignorabili per natura e per destinazione, come ad esempio le cose sacre, la fede nuziale, i vestiti e gli arredi, le armi d’ordinanza e gli animali d’affezione o a fini terapeudici). Il successivo articolo 515 cpc, prevede inoltre che sia possibile pignorare, gli oggetti ed i libri indispensabili per l’esercizio dell’impresa e professione, soltanto nella misura massima di un quinto del totale e le cose, che il proprietario di un fondo vi tiene per il servizio e la coltivazione del medesimo, soltanto in mancanza di altre cose mobili.
  • Pignoramento presso terzi, delle entrate finanziarie derivanti da pensione, salari, stipendi, fitti o pigioni: la procedura è disciplinata dagli articoli 543 e ss. cpc e dagli articoli 72 e ss. Dpr. n.602/1973. Per adottare il pignoramento occorre che si esegua una doppia notifica dell’atto d’ingiunzione, personalmente al terzo (datore di lavoro o inquilino) e al debitore. Sussistono limiti al pignoramento di somme accreditate nel conto bancario o postale, derivanti da stipendio/salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, pensione o assegni di quiescenza. Infatti il pignoramento può riguardare solo ed esclusivamente importi eccedenti il triplo dell’assegno sociale che per il 2020 è quantificato in 459,83 euro, pertanto, sarà possibile procedere al pignoramento di somme che vanno oltre la soglia di 1.379,49 euro. Ne consegue che il conto corrente può essere completamente pignorabile soltanto quando non sono depositati redditi da lavoro dipendente o da pensione. Per le somme invece dovute a titolo di salario/stipendio, l’articolo 72-ter, Dpr. n.602/1973, non accreditate dal lavoratore presso un istituto bancario o postale le somme che è possibile pignorare sono pari a 1/10, se il debito accumulato è inferiore o pari a 2.500 euro, 1/7, se è compreso tra i 2.500 e i 5.000 euro e 1/5, se è superiore a 5.000 euro. Relativamente al pignoramento delle entrate pensionistiche, l’art. 545 cpc prevede l’impignorabilità dell’assegno sociale, dei crediti alimentari e dei sussidi di povertà, maternità, malattia o funerali, nonché delle somme dovute alle casse di assicurazione, da enti d’assistenza o da istituti di beneficienza. In caso di entrate da locazione immobiliare, l’articolo 72, Dpr. n.602/1973, fissa l’obbligo dell’inquilino di versare al debitore quanto ingiunto, entro il termine di 15 gg. dalla notifica dell’atto.
  • Pignoramento di autoveicoli, motoveicoli e rimorchi, intestati al soggetto debitore: è possibile adottare le forme previste dall’articolo 518 cpc o quella disciplinata dall’articolo 521-bis cpc. Quest’ultima, prevede una prima notifica al proprietario debitore, con l’intimazione a depositare, entro 10 giorni, il bene unitamente ai documenti riguardanti la proprietà, all’Istituto Vendite Giudiziarie territoriale (I.V.G.): l’atto di pignoramento è iscritto nei Pubblici Registri. In caso di mancata consegna del bene, nei termini previsti, compete agli organi di polizia procedere a reperire il bene pignorato, quando lo stesso si trova in circolazione statica e dinamica, ritirando anche la carta di circolazione e consegnando susseguentemente il tutto all’I.V.G. Tale procedura è richiamata dalla Circolare ACI – Servizio gestione PRA, Protocollo n. 005/0006833/14, del 18 novembre 2014 e dalla Circolare Ministero degli Interni – Dipartimento di Pubblica Sicurezza Servizio di Polizia Stradale, protocollo n. 300/A/5502/16/101/20/21/4, dell’8 agosto 2016). Si sottolinea come per consolidata giurisprudenza, è pignorabile il veicolo che si trova nella disponibilità del debitore esecutato, anche se al PRA risulti un differente proprietario. La trascrizione dell’atto di vendita di un veicolo al PRA non rappresenta un requisito di validità e d’efficacia del trasferimento del diritto di proprietà, bensì uno strumento legale di pubblicità e di tutela, preordinato a dirimere i conflitti tra persone aventi causa dallo stesso alienante, i quali vantino diritti sul medesimo bene. Gli autoveicoli possono essere validamente alienati attraverso la mera forma verbale consensuale, di cui può essere fornita prova con ogni mezzo, ed è quindi compito del soggetto che asserisce di essere proprietario del veicolo a fornire la prova di averlo acquistato.
  • Pignoramento d’immobili, intestati al soggetto debitore, una procedura disciplinata dall’articolo 555 cpc. Tale norma prevede la notifica dell’atto al debitore, nel quale è indicato l’immobile da espropriare e il diritto che si pignora sull’immobile (proprietà totale o parziale, nuda proprietà, diritto di uso, usufrutto etc), poi si procede alla trascrizione della misura espropriativa presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari. Nel pignoramento immobiliare è possibile assoggettare contestualmente, i mobili in esso contenuti. E’ possibile procedere all’espropriazione immobiliare, quando l’importo complessivo del debito, supera 120.000 euro e se l’ipoteca è iscritta da almeno 6 mesi. L’articolo 52, comma 2-quater, punto g), D.L. n. 69/2013, convertito con Legge n.98/2013, ha escluso dal pignoramento l’unico immobile adibito ad abitazione, di proprietà del debitore, dove lo stesso ha la residenza, fatta esclusione per gli immobili iscritti in categorie catastale A/1, A/8 e A/9.

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LA NUOVA RISCOSSIONE LOCALE

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Quando si assumono delle obbligazioni patrimoniali ed in virtù di queste si contraggono debiti, il codice civile a tutela del creditore prevede all’art. 2740 c.c. che il debitore risponda con tutti i suoi beni, presenti e futuri. Pertanto per soddisfare il proprio diritto, il creditore può rivalersi sul patrimonio mobiliare ed immobiliare del debitore.

Sotto quest’aspetto sono sempre più preoccupanti i dati riferiti al mancato incasso dei c.d. residui attivi, cioè di quelle somme accertate, relative a entrate tributarie, extra tributarie e patrimoniali, che costituiscono un credito per la Pubblica Amministrazione, ma che molto spesso si tramutano in quote inesigibili. Tra gli enti pubblici, sono soprattutto i Comuni quelli che maggiormente dimostrano una scarsa capacità di farsi corrispondere i propri crediti accertati. Si tratta di importanti risorse sottratte ai cittadini che potrebbero permettere un maggiore livello di servizi e welfare. Diventa quindi sempre più necessario, che le attività antievasione dei Comuni siano integrate da un efficiente sistema di riscossione locale.

La riscossione coattiva delle entrate pubbliche, a differenza del recupero del credito privato, gode di una disciplina privilegiata, per garantire una riscossione rapida ed economica delle entrate destinate a finanziare bisogni collettivi. Questa procedura è stata recentemente investita delle novità contenute ai comma da 784 a 815, della Legge n.160/2019 (Bilancio 2020). L’amministrazione comunale, effettua l’accertamento delle condotte illecite, collegate alle diverse entrate locali, attraverso due strumenti:

  1. l’accertamento in rettifica: nei casi di dichiarazione presentata dal contribuente incompleta o infedele;
  2. l’accertamento d’ufficio: nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di mancato versamento dell’entrata.

Il processo di riscossione delle somme accertate, si articola in due ambiti:

  • RISCOSSIONE SPONTANEA, che avviene nell’ambito di una spontanea tendenza al pagamento da parte del contribuente.
  • RISCOSSIONE COATTIVA, una fase che ai sensi dell’articolo 52, comma 5, Dlgs. n.446/1997, può essere gestita dai Comuni con tre differenti modalità.
  1. Riscossione diretta; ha degli indubbi vantaggi, quali avere una chiara e corretta programmazione delle entrate, potendo immediatamente avere quanto riscosso, evitando anche ulteriori oneri di riscossione aggiuntivi al contribuente. Se il Comune adotta questa scelta, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, lett. gg-sexies, D.L. n.70/2011, il Sindaco nomina uno o più funzionari responsabili della riscossione, che assumono il ruolo di ufficiali della riscossione.
  2. Affidamento a una società a totale partecipazione pubblica c.d. in house; sottoposte dalla legge ai limiti concernenti lo svolgimento di attività prevalente svolta in favore degli enti controllanti e al c.d., controllo analogo da parte dell’ente pubblico, cioè assimilato a quello esercitato sui propri uffici interni.
  3. Affidamento ad un ente esterno, l’articolo 7, comma 2, lettera gg-septies, D.L. n.70/2011, attraverso una gara pubblica (Europea) con affidamento a concessionari iscritti all’albo dei soggetti abilitati dal MEF (articolo 53, co.1 Dlgs. n.446/1997).

Per gli enti ai quali è affidata la riscossione locale entro il 31 dicembre 2020 sono richieste una serie di misure minime di capitale interamente versato in denaro o tramite polizza assicurativa o fideiussione bancaria:

a) 2.500.000 euro per l’effettuazione, anche disgiuntamente, delle attivita’ di accertamento e riscossione dei tributi e di altre entrate nei comuni con popolazione fino a 200.000 abitanti;

b) 5 milioni di euro per l’effettuazione, anche disgiuntamente, delle attività di accertamento e riscossione dei tributi e di altre entrate nelle province e nei comuni con popolazione superiore a 200.000 abitanti;

c) 500.000 euro per lo svolgimento delle funzioni e delle attività di supporto propedeutiche all’accertamento e riscossione delle entrate locali, nei comuni con popolazione fino a 200.000 abitanti;

d) un milione di euro per lo svolgimento delle funzioni e delle attività di supporto propedeutiche all’accertamento e riscossione delle entrate locali, nelle province e nei comuni con popolazione superiore a 200.000 abitanti.

  1. Incaricando ente di riscossione nazionale, Agenzia delle Entrate – Riscossioni, ente che è andato a sostituire la soppressa Equitalia SpA per effetto della Legge n. 225/2016, di conversione dell’articolo 1, D.L. n. 193/2016.

A seconda delle differenti modalità di gestione, l’attività di riscossione coattiva ha inizio con la notifica al debitore, dei c.d. atti esecutivi: prima della Legge di Bilancio 2020, sussisteva una netta distinzione tra due distinte procedure.

  • INGIUNZIONE, disciplinata dall’articolo 2, R.D. 14 aprile 1910, n.639, e dalle disposizioni contenute nel Titolo II, DPR. n.602/1973 (c.d. ingiunzione rinforzata), veniva utilizzata dalle amministrazioni locali che provvedevano direttamente alla riscossione coattiva con proprie strutture, con società in house oppure tramite soggetti indicati nell’albo degli abilitati, istituito presso il Ministero delle Finanze (articolo 52, comma 5, lettera b), Dlgs. n.446/1997).
  • RUOLO, disciplinato dall’articolo 10, DPR. n.602/1973, così come modificato dall’articolo 29, D.L. n.78/2010, era utilizzato per il recupero di somme che l’amministrazione comunale, affidava agli agenti della riscossione nazionale (Agenzia delle Entrate – Riscossione).

A partire dal 1° gennaio 2020 con la Legge n.160/2019, per la riscossione locale, sono state introdotte in particolare tre rilevanti novità.

  1. Utilizzo dell’accertamento esecutivo per le entrate tributarie e patrimoniali, con esclusione delle contravvenzioni stradali, prima riservato ai soli tributi erariali. Pertanto, a decorrere dagli atti emessi dal 1° gennaio 2020 (Articolo 1, comma 792), l’avviso di accertamento conterrà l’intimazione ad adempiere entro il termine per la proposizione del ricorso. Decorsi i termini di 60 giorni dalla notifica dell’accertamento esecutivo, questo assume la qualifica di titolo esecutivo, pertanto le azioni di recupero coattivo, incluse le misure cautelari, possono essere attivate direttamente, senza più procedere alla previa notifica della cartella di pagamento o dell’ingiunzione fiscale. Decorsi 30 giorni dalla scadenza del termine di pagamento delle somme dovute, la pratica è in carico al soggetto che deve provvedere alla riscossione coattiva, l’affidatario è tenuto ad informare il debitore dell’avvenuta presa in carico del credito a mezzo raccomandata o posta elettronica. In presenza di fondato pericolo per la riscossione, il credito può essere affidato al riscossore per l’intero importo, anche in pendenza di ricorso, prima del decorso del termine di legge. La procedura di recupero coattivo avviene quindi anche per le amministrazioni locali con lo strumento del RUOLO, in base alle norme del Titolo II, Dpr. n.602/1973. A tutela dei diritti del contribuente, viene individuato un limite minimo, pari a 10 euro (Articolo 1, comma 794), al di sotto del quale l’atto di accertamento esecutivo locale non acquista l’efficacia di titolo esecutivo. Per recuperi di importo fino a 10.000 euro (Articolo 1, comma 795) , prima di adottare le misure esecutive o cautelari, occorre inviare preventivamente un sollecito di pagamento, contenente l’invito a versare le somme dovute entro 30 giorni, pena l’attivazione delle misure stesse. In caso di riscossione coattiva di importo non superiori a 1.000 euro il periodo di attesa, dopo l’invio al debitore dell’estratto delle somme da versare passa a 60 giorni ai fini della promozione delle azioni di recupero coattivo.
  2. Introduzione di una disciplina di base per la rateazione delle entrate locali che in assenza di delibere locali, fissa per l’ente impositore o il soggetto affidatario del servizio di riscossione la possibilità di dilazionare le somme dovute, in presenza di temporanea e obiettiva difficoltà del debitore, con una graduazione che va da un minimo di 4 rate mensili (somme non superiori a 500 euro), a un massimo di 72 rate mensili (somme superiori a 20.000 euro). In ogni caso non possono essere previste rateazioni inferiori a 36 mesi, per somme superiori a 6.000,01 euro. La rateizzazione decade, dopo espresso sollecito, nell’ipotesi di mancato pagamento di due rate, anche non consecutive nell’arco di sei mesi e in tal caso, il debito non potrà più essere rateizzato e l’intero importo ancora dovuto dovrà essere immediatamente riscosso in unica soluzione.
  3. Incasso diretto delle proprie entrate, sia tributarie sia patrimoniali, da parte degli enti locali, i soggetti che svolgono per conto delle amministrazioni pubbliche le attività di accertamento e riscossione, non potranno più maneggiare denaro pubblico, quindi effettuare gli incassi delle somme versate da contribuenti e utenti, dovute a vario titolo su conti dedicati, ma tali somme saranno immediatamente nella disponibilità della PA.

Un’ultima nota ancora, rispetto agli oneri di riscossione che il debitore è tenuto a pagare al Comune:

  1. in caso di pagamento entro il 60° giorno dall’esecutività dell’accertamento un importo pari al 3%, fino ad un massimo di 300 euro;
  2. in caso di pagamento oltre il suddetto termine un importo pari al 6% delle somme, fino ad un massimo di 600 euro.

In un futuro decreto, saranno fissati gli ulteriori importi dovuti a titolo di spese di notifica ed esecutive (costi per le procedure cautelari ed espropriative e oneri per assistenza legale), fino ad allora si farà riferimento alle misure tabellari valevoli per l’agente della riscossione.

Per favorire l’attività della riscossione locale, la Legge 11 settembre 2020, n. 120, di conversione con modifiche del DL. n.76/2020 (c.d. Decreto Semplificazioni), ha introdotto l’articolo 17-bis, “Accesso ai dati e alle informazioni di cui all’articolo 7, sesto comma, del decreto del DPR 29 settembre 1973, n. 605”.

La norma assicura la possibilità di accedere ai dati e alle informazioni presenti in Anagrafe Tributaria concernenti i rapporti bancari, postali, con intermediari finanziari o d’investimento.

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